domenica 7 novembre 2010

ACR: Ricominciamo


Si ricomincia.

Da domani ogni lunedì dalle 17.00 alle 18.15 si ricomincia con l'ACR.

E' un sogno che finalmente si realizza nelle nostre comunità parrocchiali.

Un grazie a tutti coloro che hanno voluto, desiderato e pregato perchè questo sogno diventasse realtà.

Un grazie particolare al nostro parroco e al gruppo di giovani educatori "coraggiosi e generosi" per questo servizio educativo.

E' un opportunità di crescita educativa per i nostri figli.

Buon Lavoro.

domenica 9 maggio 2010

Settimana Sturziana a Mineo


Comunità ecclesiali Mineo


Don Sturzo: un testimone d’amore e di libertà
Il coraggio di scegliere

In occasione del 50° anniversario della morte del Servo di Dio don Luigi Sturzo le Comunità ecclesiali di Mineo promuovono ed organizzano la
Settimana sturziana
09 -16 maggio 2010

Centro interculturale Giovanni Paolo II

PROGRAMMA

Domenica 09 Maggio
Ore 17,00 Apertura mostra su don Luigi Sturzo e alcune figure di preti menenini. Esposizione dei lavori del concorso sturziano.

Ore 19,30 Celebrazione Eucaristica nella parrocchia Santa Agrippina con la partecipazione delle autorità civili e militari


Lunedì 10 Maggio
Ore 19,30 Conferenza – dibattito “Don Luigi Sturzo, un testimone d’amore e di libertà

rivolta al mondo della politica e del lavoro. Interverrà don Alfio Spampinato


Mercoledì 12 Maggio
Ore 19,30 Conferenza – dibattito “Vita ed ideali di don Luigi Sturzo
rivolta al mondo della cultura. Interverrà don Gianni Zavatteri


Sabato 15 Maggio
Ore 19,30 Conferenza – dibattito “don Sturzo e la carità politica
rivolta alla cittadinanza. Interverrà don Salvatore Millesoli.


Domenica 16 Maggio
Ore 20,00 Rappresentazione teatrale “Le tre Male Bestie” di Paolo Patui, a cura degli alunni dell’Istituto Comprensivo “L. Capuana” di Mineo.
Premiazione concorso sturziano.

La mostra sarà aperta dal 10 al 16 maggio
ore 10,00 - 12,00; 17,00 - 19,30

martedì 2 marzo 2010

Per un Paese solidale. Chiesa italiana e mezzogiorno.

In questi giorni è stato pubblicato il documento della C. E. I. dedicato alla situazione del Mezzogiorno, un testo che è stato rilanciato da tutti i mass media. E’ un documento che invita alla speranza, ma che offre un’analisi impietosa della situazione, una denuncia forte, sui mali che affliggono il Sud.
Il «cancro» della mafia - scrivono i vescovi -, diffuse forme di corruzione e di illegalità, «meccanismi perversi» o «semplicemente malsani» nell’amministrazione della cosa pubblica, le inadeguatezze «presenti nelle classi dirigenti» paralizzano lo sviluppo del Mezzogiorno mentre «il complesso panorama politico ed economico nazionale e internazionale» lo sta trasformando «in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo».
Sono diffusi «usura, estorsione, evasione fiscale, lavoro nero».
Ciò rivela - spiega la Cei - «una carenza di senso civico, che compromette sia la qualità della convivenza sociale sia quella della vita politica e istituzionale, arrecando anche in questo caso un grave pregiudizio allo sviluppo economico, sociale e culturale». Le classi dirigenti sono «inadeguate»...

In vista del convegno che terremo venerdì pomeriggio a Caltagirone, invito a leggere oltre che il documento della CEI, un articolo pubblicato da Giuseppe Savagnore, che sarà l'illustre e competente relatore al convegno.

Perché il Sud da questione diventi laboratorio
di GIUSEPPE SAVAGNONE

Il documento della Cei Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno è stato letto da più parti come una forte e chiara presa di posizione nei confronti della criminalità organizzata. In realtà esso è certamente anche questo, ma al tempo stesso molto di più. È la coraggiosa denuncia del sussistere e dell’aggravarsi, per certi aspetti, di una 'questione meridionale' che sembrava da tempo cancellata dall’ordine del giorno dell’opinione pubblica e dei politici e sostituita, nell’attenzione generale, dall’imporsi della 'questione settentrionale'. È la chiara presa di posizione di fronte alle spinte federaliste connesse a quest’ultima. È un’acuta analisi delle radici del ritardo del Mezzogiorno e delle sue risorse. È la proposta di una strategia – innanzi tutto di carattere culturale ed educativo – attraverso cui imboccare risolutamente la via del riscatto.

Riprendiamo con ordine, brevemente, queste indicazioni. Della 'questione meridionale' non si parla più, ma essa non è stata risolta, osservano i vescovi. Senza «perdere di vista ciò che di buono è stato fatto in questi anni» (n.13), bisogna riconoscere che i nodi del sottosviluppo del Sud non sono stati sciolti. Anzi, a quelli antichi se ne sono aggiunti in questi ultimi anni di nuovi, ancora più inquietanti. Un’attenzione particolare il documento dedica all’emigrazione, che porta tanti giovani meridionali a trasferirsi al Nord o in altri Paesi. Non sono più, come in passato, poveri braccianti senza altra dotazione che la loro forza­lavoro: «Oggi sono anzitutto figure professionali di livello medio-alto a costituire la principale categoria dei nuovi emigranti. Questo cambia i connotati della società meridionale, privandola delle sue risorse più importanti e provocando un generale depauperamento di professionalità e competenze» (n.10).

Di fronte a questi fenomeni, è tutto il Paese che deve sentirsi coinvolto. Non per scaricare i meridionali di una responsabilità a cui solo loro possono far fronte, ma per aiutarli in questo impegno da cui dipendono le sorti di tutta la nostra nazione. «Proprio per non perpetuare un approccio assistenzialistico alle difficoltà del Meridione, occorre promuovere la necessaria solidarietà nazionale». Da qui il calibrato giudizio relativo al federalismo: «La prospettiva di riarticolare l’assetto del Paese in senso federale costituirebbe una sconfitta per tutti, se il federalismo accentuasse la distanza tra le diverse parti d’Italia». Ciò che serve, sottolineano i vescovi, è un «federalismo solidale», che «rappresenterebbe una sfida per il Mezzogiorno e potrebbe risolversi a suo vantaggio», costringendo in qualche modo gli amministratori meridionali a «rendersi direttamente responsabili della qualità dei servizi erogati ai cittadini» (n.8). «Il problema dello sviluppo del Mezzogiorno non ha solo un carattere economico, ma rimanda inevitabilmente a una dimensione più profonda, che è di carattere etico, culturale e antropologico». È necessario promuovere una «cultura del bene comune, della cittadinanza, del diritto, della buona amministrazione e della sana impresa nel rifiuto dell’illegalità: sono i capisaldi che attendono di essere sostenuti e promossi all’interno di un grande progetto educativo». La convinzione che domina tutto il documento è infatti che «uno sviluppo autentico e integrale ha nell’educazione le sue fondamenta più solide». E proprio in riferimento a questo si sottolinea che, da parte sua, «la Chiesa deve alimentare costantemente le risorse umane e spirituali da investire in tale cultura per promuovere il ruolo attivo dei credenti nella società». Questo impegno «sollecita un’azione pastorale che miri a cancellare la divaricazione tra pratica religiosa e vita civile» (16). In questo modo il Mezzogiorno non sarà più una 'questione', ma «un laboratorio in cui esercitare un modo di pensare diverso rispetto ai modelli che i processi di modernizzazione spesso hanno prodotto» (n.17).
Dipende da tutti – innanzitutto dai meridionali – che sia così.

domenica 21 febbraio 2010

Quaresima: Tempo di "agonismo spirituale"

Le parole del Papa all'Angelus di oggi.

Cari fratelli e sorelle!

Mercoledì scorso, con il rito penitenziale delle Ceneri, abbiamo iniziato la Quaresima, tempo di rinnovamento spirituale che prepara alla celebrazione annuale della Pasqua.

Ma che cosa significa entrare nell’itinerario quaresimale? Ce lo illustra il Vangelo di questa prima domenica, con il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto. Narra l’Evangelista san Luca che Gesù, dopo aver ricevuto il battesimo di Giovanni, "pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito Santo nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo" (Lc 4,1-2). È evidente l’insistenza sul fatto che le tentazioni non furono un incidente di percorso, ma la conseguenza della scelta di Gesù di seguire la missione affidatagli dal Padre, di vivere fino in fondo la sua realtà di Figlio amato, che confida totalmente in Lui. Cristo è venuto nel mondo per liberarci dal peccato e dal fascino ambiguo di progettare la nostra vita a prescindere da Dio. Egli l’ha fatto non con proclami altisonanti, ma lottando in prima persona contro il Tentatore, fino alla Croce. Questo esempio vale per tutti: il mondo si migliora incominciando da se stessi, cambiando, con la grazia di Dio, ciò che non va nella propria vita.

Delle tre tentazioni cui Satana sottopone Gesù, la prima prende origine dalla fame, cioè dal bisogno materiale: "Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane". Ma Gesù risponde con la Sacra Scrittura: "Non di solo pane vivrà l’uomo" (Lc 4,3-4; cfr Dt 8,3). Poi, il diavolo mostra a Gesù tutti i regni della terra e dice: tutto sarà tuo se, prostrandoti, mi adorerai. È l’inganno del potere, e Gesù smaschera questo tentativo e lo respinge: "Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto" (cfr Lc 4,5-8; Dt 6,13). Non adorazione del potere, ma solo di Dio, della verità e dell’amore. Infine, il Tentatore propone a Gesù di compiere un miracolo spettacolare: gettarsi dalle alte mura del Tempio e farsi salvare dagli angeli, così che tutti avrebbero creduto in Lui. Ma Gesù risponde che Dio non va mai messo alla prova (cfr Dt 6,16). Non possiamo "fare un esperimento" nel quale Dio deve rispondere e mostrarsi Dio: dobbiamo credere in Lui! Non dobbiamo fare di Dio "materiale" del "nostro esperimento"! Riferendosi sempre alla Sacra Scrittura, Gesù antepone ai criteri umani l’unico criterio autentico: l’obbedienza, la conformità con la volontà di Dio, che è il fondamento del nostro essere.
Anche questo è un insegnamento fondamentale per noi: se portiamo nella mente e nel cuore la Parola di Dio, se questa entra nella nostra vita, se abbiamo fiducia in Dio, possiamo respingere ogni genere di inganno del Tentatore. Inoltre, da tutto il racconto emerge chiaramente l’immagine di Cristo come nuovo Adamo, Figlio di Dio umile e obbediente al Padre, a differenza di Adamo ed Eva, che nel giardino dell’Eden avevano ceduto alle seduzioni dello spirito del male di essere immortali, senza Dio.

La Quaresima è come un lungo "ritiro", durante il quale rientrare in se stessi e ascoltare la voce di Dio, per vincere le tentazioni del Maligno e trovare la verità del nostro essere. Un tempo, possiamo dire, di "agonismo" spirituale da vivere insieme con Gesù, non con orgoglio e presunzione, ma usando le armi della fede, cioè la preghiera, l’ascolto della Parola di Dio e la penitenza. In questo modo potremo giungere a celebrare la Pasqua in verità, pronti a rinnovare le promesse del nostro Battesimo.

Ci aiuti la Vergine Maria affinché, guidati dallo Spirito Santo, viviamo con gioia e con frutto questo tempo di grazia. Interceda in particolare per me e i miei collaboratori della Curia Romana, che questa sera inizieremo gli Esercizi Spirituali.

Buona Quaresima a tutti.

giovedì 11 febbraio 2010

Vittorio Bachelet a trent'anni dalla sua uccisione

Ci tenevo a ricordare la figura di Vittorio Bachelet a trent’anni dal suo martirio per mano delle Brigate Rosse.
Un uomo che seppe essere punto di riferimento con la propria vita e con l’impegno civile e politico; un cristiano capace di vivere la propria fede nella storia, al servizio della carità nei rapporti personali e nella costruzione di una città comune.

Domani a Roma inizierà l'annuale convegno su "V. Bachelet: Testimone della Speranza" alla presenza del Presidente della Reppubblica.

Come associazione abbiamo programmato un incontro di fromazione e di preghiera su questo "Gigante" della Chiesa cattolica. La storia ogni tanto ci dona dei veri e propri giganti. Uno di questi è stato sicuramente Vittorio Bachelet, un coraggioso e tenace testimone della speranza. Un costruttore di futuro. Ricordato, da quanti l’hanno conosciuto, come persona dal carattere mite, che non faceva mai mancare la fermezza nelle scelte, l’operosità nella vita, lo sguardo sereno nel guardare al mondo e alle sue ansie. Apparteneva certamente a quella generazione che con i propri sogni, la propria serietà nello studio, il proprio impegno per gli altri contribuì significativamente alla ricostruzione dell’Italia, dopo le macerie della guerra, e poi al grande fermento che porterà al Concilio Vaticano II.

Mi è sembrato molto bello, profondo e siginificativo l'articolo pubblicato sull'Osservatore Romano a firma di Giovanni Bachelet, figlio di Vittorio.
Lo pubblico per intero certo di fare cosa gradita a tutti.

Mio padre

di Giovanni Bachelet Università di Roma La Sapienza

"Il Signore disse a Gedeone: "La gente che è con te è troppo numerosa, perché io metta Madian nelle sue mani; Israele potrebbe vantarsi dinanzi a me e dire: La mia mano mi ha salvato. Ora annunzia davanti a tutto il popolo: Chiunque ha paura e trema, torni indietro"" (Giudici, 7, 1-3). Con mia madre e mia sorella scegliemmo questi versetti, molto cari a papà, per accompagnare la sua foto. Gedeone, seguendo le istruzioni del Signore, rimanda a casa trentaduemila uomini e ne tiene con sé solo trecento. Con loro, armati di brocche, trombe e fiaccole accese - e grande coraggio, fondato sulla parola del Signore - irrompe di notte nel campo dei madianiti, che, presi dal panico, fuggono in disordine.


Ci voleva coraggio e fede per accettare a trentatré anni, da Giovanni XXIII, e a trentotto, da Paolo VI, la vicepresidenza e poi la presidenza dell'Azione cattolica, col formidabile mandato di attuare in Italia il concilio. Per far entrare la Bibbia e la nuova liturgia in ogni famiglia e in ogni parrocchia. Per trasformare l'Azione cattolica in un laboratorio della Chiesa di domani, un'inedita combinazione di democrazia interna (con capi eletti dai soci e non rinnovabili per più di due mandati) e serena fedeltà ai Pastori (titolari anche nel nuovo statuto di un ruolo decisivo nelle scelte importanti). Per concentrarsi sul Vangelo e sulla formazione cristiana, restituendo l'impegno politico - e lo sport, e altre cose buone per le quali l'Azione cattolica aveva fino a quel momento svolto una preziosa opera di supplenza - all'autonoma responsabilità dei laici. Per voltare pagina rispetto a quelli che Mario Rossi aveva definito "i giorni dell'onnipotenza", al prezzo di una dolorosa cura dimagrante numerica e finanziaria.

Ci volevano il coraggio e la fiducia che nel Signore aveva avuto Gedeone. Ad "avere attenzione alla realtà dell'uomo di oggi senza chiudersi nell'alterigia del fariseo (...) ed essere non fazione tra fazioni, non organizzazione di potere, ma sale e luce del mondo", come diceva nel 1966 ai presidenti diocesani, lo aiutava la piena intesa col Papa e con l'assistente nazionale, monsignor Franco Costa, ispiratori di un'intera generazione di preti e laici innamorati della libertà e della democrazia e, dopo la guerra e la Resistenza, della Repubblica, della Costituente e della Costituzione. Solo a un presidente e un assistente tanto concordi nella distinzione di compiti fra clero e laici, quanto refrattari a ogni faziosità e favoritismo, poteva riuscire il miracolo di accompagnare l'emersione di diversi punti di vista, fisiologicamente associati all'avvento della democrazia associativa, con la "continua crescita di uno stile di fraternità e di libertà, di uno sforzo di costruzione", che mio padre registrava con gioia nel suo ultimo discorso all'Azione cattolica nel 1973.

Molte di queste cose le ho capite meglio dopo. Allora, fra elementari e liceo, don Costa era per me un prete genovese col quale si andava in montagna insieme ad altre famiglie; un vescovo che scherzava volentieri e, per esempio, impediva a noi bambini di baciargli la mano, improvvisando un esilarante, inatteso braccio di ferro. Sapevo che era assistente nazionale dell'Azione cattolica e che c'era un concilio in fase di attuazione; tuttavia in quel gruppo di montanari cambiare lingua dal latino all'italiano e introdurre tre letture, il segno della pace o la chitarra, parevano cose altrettanto naturali che il mio passaggio dalle elementari alle medie al liceo; solo da grande mi resi conto che, altrove, quegli stessi passaggi conciliari erano stati vissuti con minor naturalezza e talora con forti resistenze.

Solo da grande, grazie ai racconti di mamma, appresi ad esempio che Bruno Paparella, segretario generale dell'Azione cattolica mentre mio padre era presidente, spesso a pranzo a casa nostra e noto a noi bambini soprattutto per i suoi scherzi, non era proprio entusiasta del nuovo cammino conciliare. Evidentemente in quegli anni, dietro il fraterno e pacifico cammino conciliare dell'Azione cattolica (e con essa gran parte della Chiesa italiana), c'era molta fede, ma anche molta capacità di ascolto, intesa coi pastori, umiltà nell'accettare un progresso fatto di piccoli passi. La consegna era quella di portarsi appresso tutti: trasferire gradualmente e senza strappi all'intero popolo di Dio "privilegi" anticamente riservati al clero e, fino al concilio, accessibili al massimo a universitari o laureati cattolici, come la preghiera delle ore, la lettura e il commento della Bibbia, la comprensione e la partecipazione piena alla liturgia eucaristica. Il senso dell'umorismo spingeva spesso mio padre a sorridere, anziché piangere, sulla lentezza e l'ansietà nella realizzazione del dettato conciliare. Sorrideva quando un vecchio parroco concluse l'omelia con una postilla a sorpresa, del tutto avulsa dalle letture del giorno: "Io la moglie per i preti non ce la vedo! Sia lodato Gesù Cristo". Sorrideva nel ricordare sommessamente a un amico vescovo che "in democrazia non basta aver ragione, ma occorre anche farsela dare dal 51 per cento degli elettori". Sorrideva anche quando i vescovi italiani fissavano una riunione plenaria della loro conferenza proprio alla vigilia di una scadenza elettorale, malgrado la distinzione conciliare fra comunità politica e Chiesa: dopo secoli di trono e altare - diceva - ci vuole almeno qualche decennio a cambiare abitudini...

Sulla centralità della competenza e della conoscenza, sulla legittima pluralità di vedute in molti campi dell'agire umano, sulla chiara distinzione di ruoli fra comunità politica e Chiesa della Gaudium et spes si basava la "scelta religiosa" dell'Azione cattolica. "Nel momento in cui l'aratro della storia scavava a fondo rivoltando profondamente le zolle della realtà sociale italiana che cosa era importante? Era importante gettare seme buono", diceva papà.

Dunque la Chiesa, e con essa l'Azione cattolica, dovevano concentrarsi sulla propria missione primaria: evangelizzare o rievangelizzare il mondo in rapido mutamento. Ma questa scelta non implicava affatto il ritorno dei laici nelle sacrestie e il disprezzo per la politica: al contrario, si fondava sul rispetto della sua autonomia e sull'apprezzamento della sua insostituibile funzione, tanto che Paolo VI la definì addirittura "la più alta forma della carità".

Per carattere e vocazione, però, mio padre amava molto l'università e l'Azione cattolica, meno la politica e la Democrazia Cristiana. Certo votava per quel partito, convinto che "i pochi che ci assomigliano sono lì", ma credo che, pur non immaginando che quattro anni dopo gli sarebbe costata la vita, nel 1976 papà abbia vissuto la candidatura nella "nuova Dc" di Moro e Zaccagnini più come dovere che come piacere. Fu eletto al Comune di Roma e poco dopo il Parlamento lo designò per il Consiglio Superiore della Magistratura, dove fu eletto vicepresidente. In quegli anni alcuni politici, tuttora vispi e attivi, avevano coniato lo slogan "né con lo Stato né con le Brigate Rosse"; c'era anche chi tramava nell'ombra, fra logge e bombe sui treni. Stare con la magistratura richiedeva coraggio. Come poi si vide.

Don Abbondio sosteneva che il coraggio, uno, non se lo può dare. Il cardinale Borromeo lo sgridava chiedendo: "Non pensate che (...) c'è Chi ve lo darà infallibilmente, quando glielo chiediate? Credete voi che tutti que' milioni di martiri avessero naturalmente coraggio?" (I promessi sposi, xxv). Mio padre trovava coraggio e forza nel Signore, come Gedeone, come Bonhoeffer da lui citato all'ultima assemblea del 1973: "Io credo che Dio, in ogni situazione difficile, ci concederà tanta forza di resistenza quanta ne avremo bisogno. Egli però non la concede in anticipo, affinché ci abbandoniamo interamente in lui e non in noi stessi. Ogni paura per il futuro dovrebbe essere superata con questa fede". Questa fede a noi figli è apparsa, fin da piccoli, nella preghiera dei genitori, papà e mamma insieme. In loro la preghiera appariva un bisogno primario come il cibo o il sonno: preghiera antica e moderna, salmi e rosario e compieta, italiano e latino. La mattina, la sera, prima di mangiare, in viaggio. In uno dei ricordi più dolci dell'infanzia ci sono papà e mamma inginocchiati vicino al mio letto e, prima che il sonno prevalga, sento le parole di una delle loro preghiere della sera: Oremus pro pontifice nostro Ioanne... da allora abbiamo pregato per Paolo, per Giovanni Paolo, e, oggi, per Benedetto; abbiamo amato e amiamo il Papa non perché, come disse una volta papà, si chiama Giovanni o Paolo, ma perché si chiama Pietro.

Qualche giorno fa mamma mi ha detto di aver trovato in casa un libretto che in trent'anni non aveva mai notato: Fede e futuro, che Papa Benedetto ha scritto da giovane, pochi anni dopo la fine del concilio. Due brani erano sottolineati a matita da papà. Il primo diceva: "Solo chi dà se stesso crea futuro. Chi vuol semplicemente insegnare, cambiare solo gli altri, rimane sterile". L'altro brano, nell'ultimo paragrafo intitolato Il futuro della Chiesa, diceva: "Il futuro della chiesa (...) non verrà da coloro che prescrivono ricette (...) o invece si adeguano al momento che passa (...) o criticano gli altri e ritengono se stessi una misura infallibile (...) o dichiarano sorpassato tutto ciò che impone sacrifici all'uomo (...) Anche questa volta, come sempre, il futuro della chiesa verrà dai nuovi santi". La fede, l'amore e l'obbedienza risultano purtroppo incomprensibili a molti di quelli che guardano alle vicende della Chiesa dal di fuori e credono di vederci dentro solo una gigantesca partita a scacchi. Papà era invece convinto che "cristiani franchi e liberi possano vivere nella Chiesa di oggi e di domani nell'obbedienza e nella pace, proprio come Angelo Roncalli, prete, vescovo e Papa libero e fedele, perché ha avuto fede non nella sua forza ma in quella dello Spirito che guida la Chiesa". Ne sono convinto anch'io, e, a trent'anni dalla morte di mio padre, chiedo al Signore per me e per i miei figli, per i laici e per i preti della mia Chiesa fede e coraggio, obbedienza e pace".

Da "L'Osservatore Romano - 12 febbraio 2010".