mercoledì 7 ottobre 2009

C’è un Giudice a Berlino.

Il Lodo Alfano è incostituzionale.
Lo ha deciso a maggioranza la Consulta: per i giudici era necessaria una legge costituzionale ma il Lodo, in ogni caso, ha violato anche l'articolo 3 della Carta, quello che stabilisce l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.
La decisione è stata presa a maggioranza (9 giudici contro 6) e avrà come effetto immediato la riapertura di due processi a carico del premier Silvio Berlusconi: per corruzione in atti giudiziari dell'avvocato David Mills e per reati societari nella compravendita di diritti tv Mediaset.

Per approfondire l'argomento e riflettere sul momento particolare che sta vivendo l'Italia, vi sottopongo questo articolo di Anselmo Grotti.

Lo Stato di diritto
In ogni stato democratico si può legittimamente essere di sinistra, di centro, di destra condividendo alcuni valori di fondo, le regole del confronto politico, il rispetto per le istituzioni e il diritto. Sono tutte realtà che durano molto più a lungo della carriera di un singolo politico, della vicenda di un partito, della sorte di una ideologia. Abbiamo vissuto anomalie evidenti nella vita politica italiana. Niccolò Ghedini ha detto: “La legge è uguale per tutti ma non sempre lo è la sua applicazione» . «Con le modifiche apportate alla legge elettorale – ha aggiunto Pecorella -, il presidente del Consiglio non può più essere considerato uguale agli altri parlamentari, ossia non è più ‘primus inter pares’, ma deve essere considerato ‘primus super pares»’. “Primus super pares?”… Siamo lontrani mille miglia dallo Stato di diritto. La Consulta ha bocciato il lodo Alfano. Ne va preso atto. Preoccupa un ministrro che evoca il richiamo “al popolo”. Aveva detto: “Il lodo non sarà bocciato. Non si può sfidare l’ira dei popoli”. Invece, semplicemente, in uno Stato di diritto le sentenze si rispettano. C’è qualcosa di profondamente malsano in questa ipertrofia dell’ego, in questa presunzione di onnipotenza. Se togliamo alle frasi pronunciate dal Presidente del Consiglio il pronome “io”, tali frasi si riducono del cinquanta per cento. In quale Paese l’affermazione di un presidente “pro tempore” di essere “il migliore politico italiano degli ultini 150 anni” non suscita imbarazzo, senso del ridicolo, ridimensionamento? In quale Paese? In Italia. Con poche lodevoli eccezioni: Claudio Magris ha definito “buffa” la frase, e sia benedetta la compostezza di questo signore mitteleuropeo, certamente non iscrivibile nel partito degli arrabbiati e degli scomposti. Così ha scritto il 17 settembre sul “Corriere”: Quella buffa autoesaltazione del nostro presidente del Consiglio — che di fatto è un’involontaria autocaricatura e potrebbe essere la battuta di un comico che cerca di metterlo malignamente in ridicolo — è imbarazzante, al di là di ogni orientamento politico di centrodestra o centrosinistra, per tutti e specialmente per i suoi sostenitori.
De Gasperi, che era un ben più grande uomo politico, non si paragonava certo a Bismarck o a Napoleone; anche per questo era un grande e aveva tutti i titoli per governare un Paese, il che richiede molte e diverse qualità fra cui l’equilibrio e soprattutto il senso della realtà, dei rapporti di grandezza e di forza, delle oggettive misure di se stessi e delle cose. Ciò vale in ogni campo ed è particolarmente necessario in politica.
Ma può darsi che quell’impennata sia dovuta alla frequentazione di compagnie discutibili; Berlusconi è reduce da un cordiale incontro col Colonnello Gheddafi, e la Libia, che il prossimo 23 settembre assumerà la presidenza dell’Assemblea generale dell’Onu, si appresta, come è stato annunciato, a chiedere ufficialmente la dissoluzione della Svizzera tra la Francia, la Germania e l’Italia…”. Eppure Magris ha torto: quella che potrebbe essere la battuta di un comico che mette in ridicolo un politico in Italia non ha questo effetto. Lo avrebbe nella Mitteleuropa, o in qualsiasi stato democratico.
Siamo uno strano Paese. Per lo Stato italiano Tanzi è tuttora degno del titolo di Cavaliere del Lavoro: l’onorificenza non gli è stata revocata. Un Cavaliere del Lavoro è un uomo, dice la legge 194 del 1986, che tra l’altro deve «aver tenuto una specchiata condotta civile e sociale» e «non aver svolto né in Italia né al l’estero attività economiche lesive dell’economia nazionale». Come Tanzi, evidentemente. Dunque mentre Bernard Madoff in otto mesi è passato dalle stelle al le celle, il nostro «campione» nazionale dopo sei anni è ancora Cavaliere del Lavoro.
Viene intaccato il suolo profondo del vivere civile. Lo scudo fiscale è un premio ai furbi, una ulteriore umiliazione per chi giorno dopo giorno faticosamente lavora, dignitosamente sostie la famiglia e i figli, silenzionsamete paga i tributi. Ma ancora più inquietanti sono le motivazioni: da questa operazione si potranno trarre molti denari, servirà – dice il Presidente “ad aiutare i bisognosi”. Un sacco di errori in una battuta. Pensiamo intanto a quel termine orrendo (”bisognosi”). Rimanda a uno stato paternalistico, che benevolmente di tanto in tanto si degna di gettare un pezzo di pane al povero lazzaro. Il tintinnare delle chiavi delle nuova casa, lungamente fatte agitare davanti al bambino a beneficio delle telecamere, ne è un ulteriore esempio. Nel compleanno (scusate, “genetliaco”) del potente di turno si festeggia la liberalità, la capacità di fare miracoli, l’onniscienza del Presidente. Quello che era un diritto del cittadino si è trasformato nel regalo del feudatario al vassallo. E poi un concetto più giuridico. Lo Stato non incamera denaro, sia pure a fin di bene, da operazioni illecite. La fiducia nelle istituzioni, il bene comune, l’imparzialità della legge rappresentano valori troppo alti per essere svenduti. “Da un male può nascere un bene”, ha detto Egli. No, da un male nasce un altro male. Se anche lo Stato impegnato a combattere un evasore fiscale spendesse in questa operazione la stessa cifra che potrebbe recuperare – e anche di più – dovrebbe farlo lo stesso. Un privato rinuncia a perseguire il debitore se spende più di quanto otterrebbe. Lo Stato non deve farlo: la tutela della legge, la sua imparzialità e la fiducia dei cittadini sono un valore più grande. Il problema dell’Italia non è quello di essere guidato da un governo di destra. Questo è normale. In Germania ha vinto la Merkel, in Francia Sarkozy, in Gran Bretagna i laburisti sono allo sbando. In Grecia invece hanno vinto i socialisti. Ciascuno può rallegrarsi di questo o di quel governo, ma da nessuna parte sono messe in discussioni le basi dello Stato. Ma il problema dell’Italia è il prevalere di una incultura politica che smantella le basi stesse del vivere civile, il concetto di stato di diritto. Una coalizione di governo ha ricevuto il mandato di governare. Lo faccia, ne ha pieno diritto. Ma non si dica che il voto popolare (su liste bloccate) dia una sinecura totale, cancelli ogni necessario rispetto delle leggi.
In Italia Egli ha un consenso molto forte, stando ai sondaggi ma evidentemente anche ai voti delle elezioni. C’è però un fatto su cui riflettere, una ulteriore anomalia. C’è una forte differenza tra il consenso che Egli raccoglie in Italia e quello che raccoglie all’estero. Da un punto di vista tecnico questa anomalia è tipica dei regimi non o non del tutto democratici. Il capo della Corea del Nord gode di un largo consenso nel paese. Molto meno all’estero. La coppia dei fratelli Castro a Cuba godono di un largo consenso a Cuba. Meno all’estero. Gheddafi in Libia è certamente il miglior politico degli ultimi 150 anni. All’estero, dalle Nazioni Unite alla Svizzera, si ha un’idea leggermente diversa. Anche il presidente dell’Iran è più popolare nei regimi musulmani fondamentalisti che nei paesi occidentali. Non sono molti i giornali che se la sentono di attaccare Putin in Russia. All’estero sono di più.
******** “Nel coro di giuste critiche, a cui si sono associati anche alcuni familiare del presidente, manca una voce: quella dei cattolici (e laici) impegnati in politica a fianco del presidente del consiglio. Nessuno chiede loro di abbandonare lo schieramento del Cavaliere, ma soltanto di far sentire la loro voce. Non è pensabile che otrganizzatori del Family Day o accompagnatori del oresidente al Meeting di Rimini tra giovani cattolici, o membri del Governo che si occupano di politiche familiari non abbaimo nulla da dire. E le numerose e rispettabili signore: ministre, parlamentari ecc. non sentono l’obbligo di contestare una concezione della donna come abbellimento di feste notturne?” (Giulio Fabbri, Docente di Storia della Chiesa, Pisa, su FC 39/2009).
***********”Leggere è il cibo della mente” recita la filastrocca voluta da Palazzo Chigi (…). Il premier ha però chiarito cosa: “Vi invito a non leggere i giornali. Io non lo faccio da tempo e ne traggo grande giovamento”.
************”In questa tragedia l’abusivismo edilizio non c’entra nulla” (Buzzanca, sindaco di Messina. Da non confondere con il più celebre Lando, – che era attore più serio).
Anselmo Grotti

giovedì 17 settembre 2009

17/09/2009 - S. E. Mons. Manzella nuovo Vescovo di Cefalù



Il Santo Padre ha nominato Vescovo di Cefalù S.E. Mons. Vincenzo Manzella, finora Vescovo di Caltagirone.

S.E. Mons. Vincenzo Manzella è nato a Casteldaccia, in provincia e arcidiocesi di Palermo, il 16 novembre 1942. Ha compiuto gli studi medi e il quadriennio teologico nel Seminario Arcivescovile Maggiore di Palermo. In seguito, dopo l’ordinazione sacerdotale, ha conseguito la specializzazione in Pastorale e la laurea in Diritto Canonico presso la Pontificia Università Lateranense, come pure la laurea in Teologia presso la Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino.

È stato ordinato sacerdote il 1° luglio 1967, per l’arcidiocesi di Palermo.

Ha svolto i seguenti incarichi: Segretario degli Em.mi Cardinali Francesco Carpino e Salvatore Pappalardo dal 1968 al 1978; Segretario aggiunto della Conferenza Episcopale Siciliana dal 1976 al 1978; Arciprete della Parrocchia matrice di Termini Imerese dal 1978 al 1986. Nel 1986 è stato nominato Rettore del Seminario Arcivescovile Maggiore di Palermo che ha retto fino al 1991.

Per diversi anni ha svolto anche il compito di Difensore del Vincolo presso il Tribunale ecclesiastico diocesano. E’ stato Presidente dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero e Membro del Consiglio Presbiterale e del Collegio dei Consultori.

Eletto Vescovo di Caltagirone il 30 aprile 1991, è stato consacrato Vescovo il 29 giugno dello stesso anno.

In seno alla Conferenza Episcopale Siciliana è Delegato per i Problemi sociali, del Lavoro e Giustizia e Pace.

Mons. Manzella succede a Mons. Francesco Sgalambro, di cui Benedetto XVI ha accettato la rinuncia al governo pastorale, presentata in conformità al can. 401 §1 del Codice di Diritto Canonico.

sabato 29 agosto 2009

Solidarietà al direttore di Avvenire

Mi sembra giusto pubblicare la riflessione del Presidente Nazionale di A.C. e la nota dell'A. C. sull'attacco al direttore del quotidiano AVVENIRE da parte delle colonne de "Il Giornale".

Qual'è oggi la situazione del mondo dell'informazione in Italia ?

L'informazione è tra i principali strumenti di partecipazione democratica. Non è pensabile alcuna partecipazione senza la conoscenza dei problemi della comunità politica e dei dati di fatto.
Occorre assicurare un reale pluralismo garantendo una molteplicità di forme e di strumenti nel campo dell'informazione e della comunicazione...
"merita attenzione particolare il fenomeno delle concentrazioni editoriali e televisive, con pericolosi effetti per l'intero sistema democratico quando a tale fenomeno corrispondono legami sempre più stretti tra l'attività governativa, i poteri finanziari e l'informazione". (dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa).

Un attacco gratuito e rancoroso di Franco Miano
Quanto ho letto ieri sulle colonne de Il Giornale, l’attacco gratuito e rancoroso al direttore di Avvenire, Dino Boffo, merita qualche altra parola per evidenziare da un lato un disagio, che si è palesato in tanti interventi e prese di posizione, e, dall’altro, per sottolineare il clima in cui questo fatto si è inserito. Appare a tutti evidente che l’articolo vuole essere soprattutto un tentativo di intimidire un giornale che ha cercato, con correttezza ed equilibrio, di informare i suoi lettori su una vicenda che non poteva essere ignorata, senza per questo scendere nel pettegolezzo, nel gossip. Non si può ignorare che alcuni comportamenti, così come presentati dalla stampa, hanno messo in difficoltà i cattolici. Ma è altrettanto indubbio che il giornale dei cattolici, Avvenire, si è mantenuto su una linea di prudenza e di rispetto delle persone.

Stupisce dunque questo violento attacco nei confronti del direttore di Avvenire, soprattutto perché personale quanto pretestuoso, rispetto al merito della vicenda. È forse vero che siamo arrivati a un punto di non ritorno; quel dialogo da più parti invocato, auspicato, sembra essersi fermato per lasciare spazio a campagne d’odio le cui conseguenze rischiano di mettere in ginocchio ancor di più un Paese che già si trova ad affrontare problemi reali, che toccano soprattutto singoli e famiglie.

È giunto il momento secondo me, in cui si deve fare una scelta tra cercare tutti insieme di aiutare il Paese ad uscire dalle difficoltà del momento, oppure continuare uno scontro culturale, ideologico che non serve a nessuno, e per di più rappresenta un ostacolo a qualsiasi cambiamento.

Preoccupa inoltre questa “guerra” tra giornali. Compito dell’informazione è proprio quello di aiutare a capire, a conoscere. Ciò che leggiamo in questi giorni sembra più un tentativo di impedire che ci possa essere ancora una stampa con la volontà di informare liberamente. La libertà di stampa è un cardine della democrazia e impedire che i giornali possano dire cose non gradite è un tentativo di costruire verità artificiali.

Come cristiani siamo abituati a dire “si, si; no, no”; a rispettare l’altro come persona, perché creata a immagine e somiglianza di Dio. Per questo siamo stupiti di fronte ad attacchi così gravi e pretestuosi. Per questo chiediamo di fare un passo indietro a un certo giornalismo e a una certa politica che pur di perorare una causa sono disposti a qualsiasi atto per screditare chi ha una diversa opinione o esprime una diversa posizione.

NOTA DEL 28 AGOSTO
L’Azione cattolica italiana esprime solidarietà al direttore di Avvenire Dino Boffo per l’attacco, gratuito e rancoroso, ricevuto dalle colonne de Il Giornale. Appare evidente che l’articolo vuole essere soprattutto un tentativo di intimidire un giornale che ha cercato, con correttezza e equilibro, di informare i suoi lettori su una vicenda che non poteva essere ignorata. Un attacco grave, personale e così plateale si commenta da solo. L’Azione cattolica chiede di fare un passo indietro ad un certo giornalismo, e ad una certa politica, che pur di perorare una causa sono disposti a qualsiasi atto per screditare chi ha una diversa opinione.

mercoledì 8 luglio 2009

7 Luglio 2009. La terza enciclica di Benedetto XVI: Caritas in veritate.


Tra i tanti commenti sulla terza enciclica "sociale" di Benedetto XVI, mi è sembrato utile pubblicare l'articolo di Fabio Zavattaro. Spero in seguito di pubblicare altri commenti e interventi che possano aiutarci a capire e comprendere meglio la portata e la grandezza di questa enciclica sulla dottrina sociale della Chiesa per tutti gli uonmi di buona volontà a cui è destinata.

Caritas in veritate, «unità di anima e corpo» di Fabio Zavattaro

Cresce la ricchezza mondiale in termini assoluti, ma aumentano le disparità, nascono nuove povertà, e continua lo scandalo di disuguaglianze clamorose. La corruzione e l’illegalità sono purtroppo presenti sia nel comportamento di soggetti economici e politici dei Paesi ricchi, sia negli stessi Paesi poveri. A non rispettare i diritti umani dei lavoratori sono a volte grandi imprese transnazionali e anche gruppi di produzione locale. Gli aiuti internazionali sono stati spesso distolti dalle loro finalità, per irresponsabilità dei donatori e dei fruitori, mentre ci sono forme eccessive di protezione della conoscenza da parte dei Paesi ricchi, mediante un utilizzo troppo rigido del diritto di proprietà intellettuale, specialmente nel campo sanitario.

È il ritratto della società, nel tempo delle globalizzazioni, secondo Papa Benedetto; ritratto che viene evidenziato dall’enciclica Caritas in veritate, resa nota martedì 7 luglio, e che porta la data del 29 giugno. Sei capitoli, una introduzione e una conclusione, 142 pagine, il testo si pone in continuità con i documenti pontifici di Paolo VI, la Populorum progressio, e di Giovanni Paolo II, la Centesimus annus; ma si trovano anche echi della prima enciclica sociale di Leone XIII, la Rerum novarum.

Lo sviluppo, sottolinea l’enciclica di Papa Benedetto, c’è stato e continua ad essere un fattore positivo che ha tolto dalla miseria miliardi di persone, ma va riconosciuto che lo stesso sviluppo economico è stato e continua ad essere gravato da distorsioni e drammatici problemi, messi ancora più in risalto dall’attuale situazione di crisi. Per questo di fronte a una attività finanziaria per lo più speculativa, a flussi migratori spesso provocati e mal gestiti, allo sfruttamento sregolato delle risorse della terra, occorre essere capaci di nuove responsabilità, di riscoprire valori di fondo su cui costruire il futuro. La crisi ci obbliga, scrive il Papa, ad approfondire alcuni aspetti dello sviluppo economico integrale alla luce della carità nella verità.

La prima sfida che indica Papa Benedetto è quella del lavoro per tutti. Scrive: «Serve garantire a tutti l’accesso al lavoro, e anzi a un lavoro decente. Bisogna rafforzare e rilanciare il ruolo dei sindacati, combattere la precarizzazione e – a meno che non comporti reali benefici per entrambi i Paesi coinvolti – la delocalizzazione dei posti di lavoro». Di più «non è lecito delocalizzare solo per godere di particolari condizioni di favore, o peggio per sfruttamento». In molti Paesi poveri rimane lo scandalo della fame. Dare da mangiare agli affamati, non è solo «un imperativo etico per la Chiesa», ma è divenuto, «anche un traguardo da perseguire per salvaguardare la pace e la stabilità del pianeta». La fame non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è di natura istituzionale. È necessario che maturi «una coscienza solidale che consideri l’alimentazione e l’accesso all’acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni né discriminazioni».

Il Papa poi sottolinea come il rispetto per la vita non possa essere disgiunto dallo sviluppo dei popoli: «L’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo», mentre in varie parti del mondo si sviluppano forme di controllo demografico che «giungono a imporre anche l’aborto», e nei Paesi sviluppati si è diffusa una «mentalità antinatalista che spesso si cerca di trasmettere anche ad altri Stati come se fosse un progresso culturale».

Serve dunque una economia etica, scrive ancora il Papa, amica della persona. La realtà mostra che «la convinzione della esigenza di autonomia dell’economia, che non deve accettare influenze di carattere morale, ha spinto l’uomo ad abusare dello strumento economico in modo persino distruttivo. A lungo andare, queste convinzioni hanno portato a sistemi economici, sociali e politici che hanno conculcato la libertà della persona e dei corpi sociali e che, proprio per questo, non sono stati in grado di assicurare la giustizia che promettevano». Lo sviluppo invece, «se vuole essere autenticamente umano», deve «fare spazio al principio di gratuità». Ciò vale anche per il mercato: il profitto non va demonizzato, ma deve essere finalizzato al perseguimento del bene comune.

Il tema dello sviluppo, scrive ancora il Papa, è oggi fortemente collegato anche ai doveri che nascono dal rapporto dell’uomo con la natura: «L’accaparramento delle risorse energetiche non rinnovabili da parte di alcuni Stati, gruppi di potere e imprese costituisce, infatti, un grave impedimento per lo sviluppo dei Paesi poveri». La comunità internazionale deve perciò «trovare le strade istituzionali per disciplinare lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili». «Le società tecnologicamente avanzate possono e devono diminuire il proprio fabbisogno energetico”, mentre deve “avanzare la ricerca di energie alternative». Alla fine «è necessario un effettivo cambiamento di mentalità che ci induca ad adottare nuovi stili di vita».

«Se non si rispetta il diritto alla vita e alla morte naturale, se si rende artificiale il concepimento, la gestazione e la nascita dell’uomo, se si sacrificano embrioni umani alla ricerca, la coscienza comune finisce per perdere il concetto di ecologia umana e, con esso, quello di ecologia ambientale. È una contraddizione chiedere alle nuove generazioni il rispetto dell’ambiente naturale, quando l’educazione e le leggi non le aiutano a rispettare se stesse».

Papa Benedetto non dimentica nemmeno i migranti, che «recano un contributo significativo allo sviluppo economico del Paese ospite con il loro lavoro, oltre che a quello del Paese d’origine grazie alle rimesse finanziarie». Un fenomeno complesso che non può essere affrontato da un paese solo; ma anche per i Paesi che li ospitano, perché i migranti, scrive il Papa, «non possono essere considerati come una merce o una mera forza lavoro».


Lo sviluppo dei popoli, in definitiva «dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia». A questo obiettivo il cristianesimo fornisce un aiuto indispensabile, con il concetto di unità del genere umano, composto dai figli di Dio. «Manifestazione particolare della carità e criterio guida per la collaborazione fraterna di credenti e non credenti è senz’altro il principio di sussidiarietà, espressione dell’inalienabile libertà umana. La sussidiarietà è prima di tutto un aiuto alla persona, attraverso l’autonomia dei corpi intermedi». Si tratta quindi di un principio «particolarmente adatto a governare la globalizzazione e a orientarla verso un vero sviluppo umano», ed è anche «l’antidoto più efficace contro ogni forma di assistenzialismo paternalista», evitando che gli aiuti internazionali possano mantenere un popolo in uno stato di dipendenza.

Infine, per Papa Benedetto è anche fortemente sentita anche l’urgenza della riforma sia dell’Onu che «dell’architettura economica e finanziaria internazionale, affinché si possa dare reale concretezza al concetto di famiglia di Nazioni». Serve per il Papa, la presenza di una «vera autorità politica mondiale», che goda di «potere effettivo» e si dovrebbe, infine, istituire «un grado superiore di ordinamento internazionale» per governare la globalizzazione.

In conclusione, lo sviluppo per essere vero, deve comprendere una crescita spirituale oltre che materiale, perché la persona umana è un’«unità di anima e corpo», nata dall’amore creatore di Dio e destinata a vivere eternamente.

lunedì 22 giugno 2009

21 Giugno 2009. Chiusura anno sociale dell'AC di Mineo.


Ieri sera i soci di Ac, amici e familiari, hanno concluso l'anno sociale con un momento di riflessione, di meditazione e di confronto sull'anno trascorso (chiusura del Giubileo di Santa Agrippina, il mese della Pace con la riflessioni e le celebrazioni, la settimana sociale conclusa con l'incontro tenutosi a Mineo il 28 maggio in memoria dei caduti sul posto di lavoro, la Quaresima incentrata sull'ascolto della Parola di Dio attraverso l'educazione alla "lectio divina", la settimana della comunità con l'incontro sul "discernimento comunitario", la partecipazione agli incontri sulla Dottrina Sociale della Chiesa, ecc.)

Un rammarico: la mancanza di giovani e di animatori per l'ACR. Speriamo il prossimo anno di ricominciare con qualche animatore di buona volontà con la voglia di diventare santo e di spendersi per gli altri. E' un impegno ed una priorità per tutta la comunità parrocchiale. Fra pochi giorni inizierà il Grest inter-parrocchiale...poi ci sarà a settembre il campo scuola parrocchiale per i giovani.
Speriamo bene.


Infine, con la presenza di Padre Nenè e del diacono, D. Antonello Messina, abbiamo concluso la serata con il momento di fraternità.
Stante la bravura delle "cuoche" anche questo momento è stato molto apprezzato e...consumato.

venerdì 19 giugno 2009

19.06.09. Inizio dell'Anno Sacerdotale.


LETTERA DEL SANTO PADRE, BENEDETTO XVI, PER L'INDIZIONE DELL'ANNO SACERDOTALE IN OCCASIONE DEL 150° ANNIVERSARIO DEL "DIE NATALIS" DI GIOVANNI MARIA VIANNEY.



Cari fratelli nel Sacerdozio,

nella prossima solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, venerdì 19 giugno 2009 – giornata tradizionalmente dedicata alla preghiera per la santificazione del clero –, ho pensato di indire ufficialmente un “Anno Sacerdotale” in occasione del 150° anniversario del “dies natalis” di Giovanni Maria Vianney, il Santo Patrono di tutti i parroci del mondo.[1]
Tale anno, che vuole contribuire a promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi, si concluderà nella stessa solennità del 2010.
“Il Sacerdozio è l'amore del cuore di Gesù”, soleva dire il Santo Curato d’Ars.[2]
Questa toccante espressione ci permette anzitutto di evocare con tenerezza e riconoscenza l’immenso dono che i sacerdoti costituiscono non solo per la Chiesa, ma anche per la stessa umanità.
Penso a tutti quei presbiteri che offrono ai fedeli cristiani e al mondo intero l’umile e quotidiana proposta delle parole e dei gesti di Cristo, cercando di aderire a Lui con i pensieri, la volontà, i sentimenti e lo stile di tutta la propria esistenza. Come non sottolineare le loro fatiche apostoliche, il loro servizio infaticabile e nascosto, la loro carità tendenzialmente universale? E che dire della fedeltà coraggiosa di tanti sacerdoti che, pur tra difficoltà e incomprensioni, restano fedeli alla loro vocazione: quella di “amici di Cristo”, da Lui particolarmente chiamati, prescelti e inviati?

Io stesso porto ancora nel cuore il ricordo del primo parroco accanto al quale esercitai il mio ministero di giovane prete: egli mi lasciò l’esempio di una dedizione senza riserve al proprio servizio pastorale, fino a trovare la morte nell’atto stesso in cui portava il viatico a un malato grave.

Tornano poi alla mia memoria gli innumerevoli confratelli che ho incontrato e che continuo ad incontrare, anche durante i miei viaggi pastorali nelle diverse nazioni, generosamente impegnati nel quotidiano esercizio del loro ministero sacerdotale. Ma l’espressione usata dal Santo Curato evoca anche la trafittura del Cuore di Cristo e la corona di spine che lo avvolge. Il pensiero va, di conseguenza, alle innumerevoli situazioni di sofferenza in cui molti sacerdoti sono coinvolti, sia perché partecipi dell’esperienza umana del dolore nella molteplicità del suo manifestarsi, sia perché incompresi dagli stessi destinatari del loro ministero: come non ricordare i tanti sacerdoti offesi nella loro dignità, impediti nella loro missione, a volte anche perseguitati fino alla suprema testimonianza del sangue?

Ci sono, purtroppo, anche situazioni, mai abbastanza deplorate, in cui è la Chiesa stessa a soffrire per l’infedeltà di alcuni suoi ministri. È il mondo a trarne allora motivo di scandalo e di rifiuto.

Ciò che massimamente può giovare in tali casi alla Chiesa non è tanto la puntigliosa rilevazione delle debolezze dei suoi ministri, quanto una rinnovata e lieta coscienza della grandezza del dono di Dio, concretizzato in splendide figure di generosi Pastori, di Religiosi ardenti di amore per Dio e per le anime, di Direttori spirituali illuminati e pazienti.

A questo proposito, gli insegnamenti e gli esempi di san Giovanni Maria Vianney possono offrire a tutti un significativo punto di riferimento: il Curato d’Ars era umilissimo, ma consapevole, in quanto prete, d’essere un dono immenso per la sua gente: “Un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, è il più grande tesoro che il buon Dio possa accordare ad una parrocchia e uno dei doni più preziosi della misericordia divina”.[3]

Parlava del sacerdozio come se non riuscisse a capacitarsi della grandezza del dono e del compito affidati ad una creatura umana: “Oh come il prete è grande!... Se egli si comprendesse, morirebbe... Dio gli obbedisce: egli pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia...”.[4]
E spiegando ai suoi fedeli l’importanza dei sacramenti diceva: “Tolto il sacramento dell'Ordine, noi non avremmo il Signore. Chi lo ha riposto là in quel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha accolto la vostra anima al primo entrare nella vita? Il sacerdote. Chi la nutre per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire innanzi a Dio, lavandola per l'ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest'anima viene a morire [per il peccato], chi la risusciterà, chi le renderà la calma e la pace? Ancora il sacerdote... Dopo Dio, il sacerdote è tutto!... Lui stesso non si capirà bene che in cielo”.[5]

Queste affermazioni, nate dal cuore sacerdotale del santo parroco, possono apparire eccessive. In esse, tuttavia, si rivela l’altissima considerazione in cui egli teneva il sacramento del sacerdozio. Sembrava sopraffatto da uno sconfinato senso di responsabilità: “Se comprendessimo bene che cos’è un prete sulla terra, moriremmo: non di spavento, ma di amore... Senza il prete la morte e la passione di Nostro Signore non servirebbero a niente. È il prete che continua l’opera della Redenzione sulla terra... Che ci gioverebbe una casa piena d’oro se non ci fosse nessuno che ce ne apre la porta? Il prete possiede la chiave dei tesori celesti: è lui che apre la porta; egli è l’economo del buon Dio; l’amministratore dei suoi beni... Lasciate una parrocchia, per vent’anni, senza prete, vi si adoreranno le bestie... Il prete non è prete per sé, lo è per voi”.[6]

Era giunto ad Ars, un piccolo villaggio di 230 abitanti, preavvertito dal Vescovo che avrebbe trovato una situazione religiosamente precaria: “Non c'è molto amor di Dio in quella parrocchia; voi ce ne metterete”. Era, di conseguenza, pienamente consapevole che doveva andarvi ad incarnare la presenza di Cristo, testimoniandone la tenerezza salvifica: “[Mio Dio], accordatemi la conversione della mia parrocchia; accetto di soffrire tutto quello che vorrete per tutto il tempo della mia vita!”, fu con questa preghiera che iniziò la sua missione.[7] Alla conversione della sua parrocchia il Santo Curato si dedicò con tutte le sue energie, ponendo in cima ad ogni suo pensiero la formazione cristiana del popolo a lui affidato.

Cari fratelli nel Sacerdozio, chiediamo al Signore Gesù la grazia di poter apprendere anche noi il metodo pastorale di san Giovanni Maria Vianney!

Ciò che per prima cosa dobbiamo imparare è la sua totale identificazione col proprio ministero. In Gesù, Persona e Missione tendono a coincidere: tutta la sua azione salvifica era ed è espressione del suo “Io filiale” che, da tutta l’eternità, sta davanti al Padre in atteggiamento di amorosa sottomissione alla sua volontà. Con umile ma vera analogia, anche il sacerdote deve anelare a questa identificazione.

Non si tratta certo di dimenticare che l’efficacia sostanziale del ministero resta indipendente dalla santità del ministro; ma non si può neppure trascurare la straordinaria fruttuosità generata dall’incontro tra la santità oggettiva del ministero e quella soggettiva del ministro.

Il Curato d’Ars iniziò subito quest’umile e paziente lavoro di armonizzazione tra la sua vita di ministro e la santità del ministero a lui affidato, decidendo di “abitare” perfino materialmente nella sua chiesa parrocchiale: “Appena arrivato egli scelse la chiesa a sua dimora... Entrava in chiesa prima dell’aurora e non ne usciva che dopo l’Angelus della sera. Là si doveva cercarlo quando si aveva bisogno di lui”, si legge nella prima biografia.[8]

L’esagerazione devota del pio agiografo non deve farci trascurare il fatto che il Santo Curato seppe anche “abitare” attivamente in tutto il territorio della sua parrocchia: visitava sistematicamente gli ammalati e le famiglie; organizzava missioni popolari e feste patronali; raccoglieva ed amministrava denaro per le sue opere caritative e missionarie; abbelliva la sua chiesa e la dotava di arredi sacri; si occupava delle orfanelle della “Providence” (un istituto da lui fondato) e delle loro educatrici; si interessava dell’istruzione dei bambini; fondava confraternite e chiamava i laici a collaborare con lui.

Il suo esempio mi induce a evidenziare gli spazi di collaborazione che è doveroso estendere sempre più ai fedeli laici, coi quali i presbiteri formano l’unico popolo sacerdotale [9] e in mezzo ai quali, in virtù del sacerdozio ministeriale, si trovano “per condurre tutti all’unità della carità, ‘amandosi l’un l’altro con la carità fraterna, prevenendosi a vicenda nella deferenza’ (Rm 12,10)”.[10]

È da ricordare, in questo contesto, il caloroso invito con il quale il Concilio Vaticano II incoraggia i presbiteri a “riconoscere e promuovere sinceramente la dignità dei laici, nonché il loro ruolo specifico nell’ambito della missione della Chiesa… Siano pronti ad ascoltare il parere dei laici, considerando con interesse fraterno le loro aspirazioni e giovandosi della loro esperienza e competenza nei diversi campi dell’attività umana, in modo da poter insieme a loro riconoscere i segni dei tempi”.[11]

Ai suoi parrocchiani il Santo Curato insegnava soprattutto con la testimonianza della vita. Dal suo esempio i fedeli imparavano a pregare, sostando volentieri davanti al tabernacolo per una visita a Gesù Eucaristia.[12]

“Non c’è bisogno di parlar molto per ben pregare” – spiegava loro il Curato - “Si sa che Gesù è là, nel santo tabernacolo: apriamogli il nostro cuore, rallegriamoci della sua santa presenza. È questa la migliore preghiera”.[13]

Ed esortava: “Venite alla comunione, fratelli miei, venite da Gesù. Venite a vivere di Lui per poter vivere con Lui...[14] “È vero che non ne siete degni, ma ne avete bisogno!”.[15]

Tale educazione dei fedeli alla presenza eucaristica e alla comunione acquistava un’efficacia particolarissima, quando i fedeli lo vedevano celebrare il Santo Sacrificio della Messa. Chi vi assisteva diceva che “non era possibile trovare una figura che meglio esprimesse l’adorazione... Contemplava l’Ostia amorosamente”.[16] “Tutte le buone opere riunite non equivalgono al sacrificio della Messa, perché quelle sono opere di uomini, mentre la Santa Messa è opera di Dio»,[17] diceva.

Era convinto che dalla Messa dipendesse tutto il fervore della vita di un prete: «La causa della rilassatezza del sacerdote è che non fa attenzione alla Messa! Mio Dio, come è da compiangere un prete che celebra come se facesse una cosa ordinaria!”.[18] Ed aveva preso l’abitudine di offrire sempre, celebrando, anche il sacrificio della propria vita: “Come fa bene un prete ad offrirsi a Dio in sacrificio tutte le mattine!”.[19]

Questa immedesimazione personale al Sacrificio della Croce lo conduceva – con un solo movimento interiore – dall’altare al confessionale.

I sacerdoti non dovrebbero mai rassegnarsi a vedere deserti i loro confessionali né limitarsi a constatare la disaffezione dei fedeli nei riguardi di questo sacramento.

Al tempo del Santo Curato, in Francia, la confessione non era né più facile, né più frequente che ai nostri giorni, dato che la tormenta rivoluzionaria aveva soffocato a lungo la pratica religiosa.
Ma egli cercò in ogni modo, con la predicazione e con il consiglio persuasivo, di far riscoprire ai suoi parrocchiani il significato e la bellezza della Penitenza sacramentale, mostrandola come un’esigenza intima della Presenza eucaristica. Seppe così dare il via a un circolo virtuoso.

Con le lunghe permanenze in chiesa davanti al tabernacolo fece sì che i fedeli cominciassero ad imitarlo, recandovisi per visitare Gesù, e fossero, al tempo stesso, sicuri di trovarvi il loro parroco, disponibile all’ascolto e al perdono.

In seguito, fu la folla crescente dei penitenti, provenienti da tutta la Francia, a trattenerlo nel confessionale fino a 16 ore al giorno. Si diceva allora che Ars era diventata “il grande ospedale delle anime”.[20] “La grazia che egli otteneva [per la conversione dei peccatori] era sì forte che essa andava a cercarli senza lasciar loro un momento di tregua!”, dice il primo biografo.[21] Il Santo Curato non la pensava diversamente, quando diceva: “Non è il peccatore che ritorna a Dio per domandargli perdono, ma è Dio stesso che corre dietro al peccatore e lo fa tornare a Lui”.[22] “Questo buon Salvatore è così colmo d’amore che ci cerca dappertutto”.[23]

Tutti noi sacerdoti dovremmo sentire che ci riguardano personalmente quelle parole che egli metteva in bocca a Cristo: “Incaricherò i miei ministri di annunciare ai peccatori che sono sempre pronto a riceverli, che la mia misericordia è infinita”.[24]

Dal Santo Curato d’Ars noi sacerdoti possiamo imparare non solo un’inesauribile fiducia nel sacramento della Penitenza che ci spinga a rimetterlo al centro delle nostre preoccupazioni pastorali, ma anche il metodo del “dialogo di salvezza” che in esso si deve svolgere.
Il Curato d’Ars aveva una maniera diversa di atteggiarsi con i vari penitenti. Chi veniva al suo confessionale attratto da un intimo e umile bisogno del perdono di Dio, trovava in lui l’incoraggiamento ad immergersi nel “torrente della divina misericordia” che trascina via tutto nel suo impeto. E se qualcuno era afflitto al pensiero della propria debolezza e incostanza, timoroso di future ricadute, il Curato gli rivelava il segreto di Dio con un’espressione di toccante bellezza: “Il buon Dio sa tutto. Prima ancora che voi vi confessiate, sa già che peccherete ancora e tuttavia vi perdona. Come è grande l’amore del nostro Dio che si spinge fino a dimenticare volontariamente l’avvenire, pur di perdonarci!”.[25]
A chi, invece, si accusava in maniera tiepida e quasi indifferente, offriva, attraverso le sue stesse lacrime, la seria e sofferta evidenza di quanto quell’atteggiamento fosse “abominevole”: “Piango perché voi non piangete”,[26] diceva. “Se almeno il Signore non fosse così buono! Ma è così buono! Bisogna essere barbari a comportarsi così davanti a un Padre così buono!”.[27]

Faceva nascere il pentimento nel cuore dei tiepidi, costringendoli a vedere, con i propri occhi, la sofferenza di Dio per i peccati quasi “incarnata” nel volto del prete che li confessava. A chi, invece, si presentava già desideroso e capace di una più profonda vita spirituale, spalancava le profondità dell’amore, spiegando l’indicibile bellezza di poter vivere uniti a Dio e alla sua presenza: “Tutto sotto gli occhi di Dio, tutto con Dio, tutto per piacere a Dio... Com’è bello!”.[28] E insegnava loro a pregare: “Mio Dio, fammi la grazia di amarti tanto quanto è possibile che io t’ami”.[29]

Il Curato d’Ars, nel suo tempo, ha saputo trasformare il cuore e la vita di tante persone, perché è riuscito a far loro percepire l’amore misericordioso del Signore. Urge anche nel nostro tempo un simile annuncio e una simile testimonianza della verità dell’Amore: Deus caritas est (1 Gv 4,8).

Con la Parola e con i Sacramenti del suo Gesù, Giovanni Maria Vianney sapeva edificare il suo popolo, anche se spesso fremeva convinto della sua personale inadeguatezza, al punto da desiderare più volte di sottrarsi alle responsabilità del ministero parrocchiale di cui si sentiva indegno. Tuttavia con esemplare obbedienza restò sempre al suo posto, perché lo divorava la passione apostolica per la salvezza delle anime. Cercava di aderire totalmente alla propria vocazione e missione mediante un’ascesi severa: “La grande sventura per noi parroci - deplorava il Santo - è che l’anima si intorpidisce” [30]; ed intendeva con questo un pericoloso assuefarsi del pastore allo stato di peccato o di indifferenza in cui vivono tante sue pecorelle. Egli teneva a freno il corpo, con veglie e digiuni, per evitare che opponesse resistenze alla sua anima sacerdotale. E non rifuggiva dal mortificare se stesso a bene delle anime che gli erano affidate e per contribuire all’espiazione dei tanti peccati ascoltati in confessione. Spiegava ad un confratello sacerdote: “Vi dirò qual è la mia ricetta: dò ai peccatori una penitenza piccola e il resto lo faccio io al loro posto”.[31]

Al di là delle concrete penitenze a cui il Curato d’Ars si sottoponeva, resta comunque valido per tutti il nucleo del suo insegnamento: le anime costano il sangue di Gesù e il sacerdote non può dedicarsi alla loro salvezza se rifiuta di partecipare personalmente al “caro prezzo” della redenzione.

Nel mondo di oggi, come nei difficili tempi del Curato d’Ars, occorre che i presbiteri nella loro vita e azione si distinguano per una forte testimonianza evangelica.

Ha giustamente osservato Paolo VI: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”.[32]

Perché non nasca un vuoto esistenziale in noi e non sia compromessa l’efficacia del nostro ministero, occorre che ci interroghiamo sempre di nuovo: “Siamo veramente pervasi dalla Parola di Dio? È vero che essa è il nutrimento di cui viviamo, più di quanto lo siano il pane e le cose di questo mondo? La conosciamo davvero? La amiamo? Ci occupiamo interiormente di questa Parola al punto che essa realmente dia un’impronta alla nostra vita e formi il nostro pensiero?”.[33] Come Gesù chiamò i Dodici perché stessero con Lui (cfr Mc 3,14) e solo dopo li mandò a predicare, così anche ai giorni nostri i sacerdoti sono chiamati ad assimilare quel “nuovo stile di vita” che è stato inaugurato dal Signore Gesù ed è stato fatto proprio dagli Apostoli.[34]

Fu proprio l’adesione senza riserve a questo “nuovo stile di vita” che caratterizzò l’impegno ministeriale del Curato d’Ars. Il Papa Giovanni XXIII nella Lettera enciclica Sacerdotii nostri primordia, pubblicata nel 1959, primo centenario della morte di san Giovanni Maria Vianney, ne presentava la fisionomia ascetica con particolare riferimento al tema dei “tre consigli evangelici”, giudicati necessari anche per i presbiteri: “Se, per raggiungere questa santità di vita, la pratica dei consigli evangelici non è imposta al sacerdote in virtù dello stato clericale, essa si presenta nondimeno a lui, come a tutti i discepoli del Signore, come la via regolare della santificazione cristiana”.[35]
Il Curato d’Ars seppe vivere i “consigli evangelici” nelle modalità adatte alla sua condizione di presbitero. La sua povertà, infatti, non fu quella di un religioso o di un monaco, ma quella richiesta ad un prete: pur maneggiando molto denaro (dato che i pellegrini più facoltosi non mancavano di interessarsi alle sue opere di carità), egli sapeva che tutto era donato alla sua chiesa, ai suoi poveri, ai suoi orfanelli, alle ragazze della sua “Providence”,[36] alle sue famiglie più disagiate. Perciò egli “era ricco per dare agli altri ed era molto povero per se stesso”.[37]
Spiegava: “Il mio segreto è semplice: dare tutto e non conservare niente”.[38] Quando si trovava con le mani vuote, ai poveri che si rivolgevano a lui diceva contento: “Oggi sono povero come voi, sono uno dei vostri”.[39] Così, alla fine della vita, poté affermare con assoluta serenità: “Non ho più niente. Il buon Dio ora può chiamarmi quando vuole!”.[40] Anche la sua castità era quella richiesta a un prete per il suo ministero. Si può dire che era la castità conveniente a chi deve toccare abitualmente l’Eucaristia e abitualmente la guarda con tutto il trasporto del cuore e con lo stesso trasporto la dona ai suoi fedeli.

Dicevano di lui che “la castità brillava nel suo sguardo”, e i fedeli se ne accorgevano quando egli si volgeva a guardare il tabernacolo con gli occhi di un innamorato.[41]

Anche l’obbedienza di san Giovanni Maria Vianney fu tutta incarnata nella sofferta adesione alle quotidiane esigenze del suo ministero. È noto quanto egli fosse tormentato dal pensiero della propria inadeguatezza al ministero parrocchiale e dal desiderio di fuggire “a piangere la sua povera vita, in solitudine”.[42]

Solo l’obbedienza e la passione per le anime riuscivano a convincerlo a restare al suo posto. A se stesso e ai suoi fedeli spiegava: “Non ci sono due maniere buone di servire Dio. Ce n’è una sola: servirlo come lui vuole essere servito”.[43] La regola d’oro per una vita obbediente gli sembrava questa: “Fare solo ciò che può essere offerto al buon Dio”.[44]

Nel contesto della spiritualità alimentata dalla pratica dei consigli evangelici, mi è caro rivolgere ai sacerdoti, in quest’Anno a loro dedicato, un particolare invito a saper cogliere la nuova primavera che lo Spirito sta suscitando ai giorni nostri nella Chiesa, non per ultimo attraverso i Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità. “Lo Spirito nei suoi doni è multiforme… Egli soffia dove vuole. Lo fa in modo inaspettato, in luoghi inaspettati e in forme prima non immaginate… ma ci dimostra anche che Egli opera in vista dell’unico Corpo e nell’unità dell’unico Corpo”.[45]
A questo proposito, vale l’indicazione del Decreto Presbyterorum ordinis: “Sapendo discernere quali spiriti abbiano origine da Dio, (i presbiteri) devono scoprire con senso di fede i carismi, sia umili che eccelsi, che sotto molteplici forme sono concessi ai laici, devono ammetterli con gioia e fomentarli con diligenza”.[46]

Tali doni che spingono non pochi a una vita spirituale più elevata, possono giovare non solo per i fedeli laici ma per gli stessi ministri. Dalla comunione tra ministri ordinati e carismi, infatti, può scaturire “un valido impulso per un rinnovato impegno della Chiesa nell’annuncio e nella testimonianza del Vangelo della speranza e della carità in ogni angolo del mondo”.[47]

Vorrei inoltre aggiungere, sulla scorta dell’Esortazione apostolica Pastores dabo vobis del Papa Giovanni Paolo II, che il ministero ordinato ha una radicale ‘forma comunitaria’ e può essere assolto solo nella comunione dei presbiteri con il loro Vescovo.[48]

Occorre che questa comunione fra i sacerdoti e col proprio Vescovo, basata sul sacramento dell’Ordine e manifestata nella concelebrazione eucaristica, si traduca nelle diverse forme concrete di una fraternità sacerdotale effettiva ed affettiva.[49] Solo così i sacerdoti sapranno vivere in pienezza il dono del celibato e saranno capaci di far fiorire comunità cristiane nelle quali si ripetano i prodigi della prima predicazione del Vangelo.

L’Anno Paolino che volge al termine orienta il nostro pensiero anche verso l’Apostolo delle genti, nel quale rifulge davanti ai nostri occhi uno splendido modello di sacerdote, totalmente “donato” al suo ministero. “L’amore del Cristo ci possiede – egli scriveva – e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti” (2 Cor 5,14). Ed aggiungeva: “Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro” (2 Cor. 5,15).

Quale programma migliore potrebbe essere proposto ad un sacerdote impegnato ad avanzare sulla strada delle perfezione cristiana?

Cari sacerdoti, la celebrazione del 150.mo anniversario della morte di san Giovanni Maria Vianney (1859) segue immediatamente le celebrazioni appena concluse del 150.mo anniversario delle apparizioni di Lourdes (1858). Già nel 1959 il beato Papa Giovanni XXIII aveva osservato: “Poco prima che il Curato d'Ars concludesse la sua lunga carriera piena di meriti, la Vergine Immacolata era apparsa, in un’altra regione di Francia, ad una fanciulla umile e pura, per trasmetterle un messaggio di preghiera e di penitenza, di cui è ben nota, da un secolo, l'immensa risonanza spirituale. In realtà la vita del santo sacerdote, di cui celebriamo il ricordo, era in anticipo un’illustrazione vivente delle grandi verità soprannaturali insegnate alla veggente di Massabielle. Egli stesso aveva per l'Immacolata Concezione della Santissima Vergine una vivissima devozione, lui che nel 1836 aveva consacrato la sua parrocchia a Maria concepita senza peccato, e doveva accogliere con tanta fede e gioia la definizione dogmatica del 1854”.[50] Il Santo Curato ricordava sempre ai suoi fedeli che “Gesù Cristo dopo averci dato tutto quello che ci poteva dare, vuole ancora farci eredi di quanto egli ha di più prezioso, vale a dire della sua Santa Madre”.[51]

Alla Vergine Santissima affido questo Anno Sacerdotale, chiedendole di suscitare nell’animo di ogni presbitero un generoso rilancio di quegli ideali di totale donazione a Cristo ed alla Chiesa che ispirarono il pensiero e l’azione del Santo Curato d’Ars. Con la sua fervente vita di preghiera e il suo appassionato amore a Gesù crocifisso Giovanni Maria Vianney alimentò la sua quotidiana donazione senza riserve a Dio e alla Chiesa. Possa il suo esempio suscitare nei sacerdoti quella testimonianza di unità con il Vescovo, tra loro e con i laici che è, oggi come sempre, tanto necessaria. Nonostante il male che vi è nel mondo, risuona sempre attuale la parola di Cristo ai suoi Apostoli nel Cenacolo: “Nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo” (Gv 16,33). La fede nel Maestro divino ci dà la forza per guardare con fiducia al futuro. Cari sacerdoti, Cristo conta su di voi. Sull’esempio del Santo Curato d’Ars, lasciatevi conquistare da Lui e sarete anche voi, nel mondo di oggi, messaggeri di speranza, di riconciliazione, di pace!

Con la mia benedizione.

Dal Vaticano, 16 giugno 2009

BENEDICTUS PP. XVI

venerdì 5 giugno 2009

Elezione europee 6 e 7 giugno. Diritto e responsabilità dei cristiani.

Elezioni europee . Appello alla responsabilità
Fin dal progetto dei tre politici cattolici e padri fondatori - il francese Robert Schuman, l'italiano Alcide De Gasperi e il tedesco Konrad Adenauer - la Chiesa ha sempre seguito con attenzione il cammino dell'Europa, accompagnandone e sostenendone il processo di integrazione.
In vista delle elezioni per il Parlamento di Strasburgo (4 -7 giugno 2009), per le quali sono chiamati alle urne 375 milioni di cittadini, ecco alcune dichiarazioni della Commissione degli episcopati della Comunità europea in cui invitano alla partecipazione al voto.

Consiglio delle Conferenze episcopali europee: la responsabilità dei cristiani.
Alla vigilia del voto, padre Duarte Nuno Queiroz de Barros da Cunha, segretario generale del Ccee, spiega a SIR Europa che nelle elezioni europee "è in gioco la scelta dei deputati che discuteranno argomenti di competenza delle Istituzioni europee" ma, precisa, "oltre il 60% delle legislazioni che oggi sono varate in ciascuno dei paesi dell'Unione europea, hanno la loro origine in seno alle Istituzioni europee" e non si tratta unicamente di mere questioni tecniche: "in seno al Parlamento europeo si discutono molte questioni che influenzano la nostra vita e la cultura europea presente e futura" come aborto e matrimonio, pur "sapendo che è di pertinenza della politica degli Stati in materia di famiglia". A Strasburgo, prosegue il segretario Ccee, "si parla di istruzione, di sanità, di ricerca scientifica e anche di religione".
La nostra responsabilità, quindi, "inizia riconoscendo l'importanza di avere persone ben preparate, consapevoli delle conseguenze future dei loro atti e che hanno una visione positiva e cristiana della vita e così da essere in grado di influenzare le decisioni".

Commissione degli episcopati della Comunità europea: un diritto e una responsabilità.
"La Chiesa cattolica ha sostenuto fin dall'inizio il progetto d'integrazione europea e continua a sostenerlo ancora oggi" affermano i vescovi della Comece nella dichiarazione diffusa lo scorso 20 marzo "Costruire una migliore casa europea". "Tutti i cristiani - si legge nel documento - hanno non solamente il diritto ma anche la responsabilità d'impegnarsi attivamente in questo progetto, esercitando il proprio diritto di voto".
Tenuto conto del notevole ruolo svolto dal Parlamento europeo, prosegue la dichiarazione, "ci aspettiamo" che i suoi membri "partecipino e contribuiscano attivamente":
- a "rispettare la vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale";
- a "sostenere la famiglia fondata sul matrimonio - inteso come unione tra un uomo e una donna - come unità di base della società";
- a "promuovere i diritti sociali dei lavoratori";
- a "sostenere una governance economica fondata su valori etici";
- a "promuovere la giustizia nelle relazioni tra l'Unione europea e i Paesi in via di sviluppo";
- a "dimostrare solidarietà tramite politiche di assistenza nei confronti dei membri più deboli";
- a "proteggere il Creato" e a "promuovere la pace nel mondo" con una "politica estera coordinata e coerente"

4 giugno 2009:RIVOLUZIONE ALLA SICILIANA

Su Famiglia Xna del 7.06.09 n. 23 vi è questa intervista al Presidente della Regione Sicilia, on. Raffaele Lombardo. La pubblichiamo anche in questo blog con l'intento di informare ma soprattuto di aprire un dibattito tra gli amici che leggono il blog.

Ha azzerato la Giunta, salvando solo qualche assessore, perché «remava contro, compresi i cattivi consiglieri di Silvio Berlusconi» .
E adesso? «Riparto. E chi ci sta, ci sta».


«Non voglio certamente tradire gli impegni con gli elettori che hanno votato per questa maggioranza politica per il Governo della Sicilia, ma sia chiaro che non si può stare in un Governo e poi remare contro, per cui da questo momento in poi sono chiare due cose: la Sicilia viene prima di tutto, diktat nazionali compresi, e chi rema contro esce dalla giunta e non rientra. Questo messaggio vale anche per i padrini politici degli assessori azzerati».

Il Governatore della Regione Sicilia Raffaele Lombardo, eletto nell’aprile 2008 con il 65,3 per cento dei voti, va per così dire alla guerra, impugnando le armi contro finti amici, nemici molto nascosti e anche avversari che, a sua detta, sono troppo malevoli.

«Scriva pure che questa è una rivoluzione», sottolinea in questa intervista con Famiglia Cristiana il presidente Lombardo, che venerdì 29 maggio ha nominato la nuova Giunta regionale, nella quale ha confermato soltanto sei assessori della precedente e scelto nuovi "tecnici", mentre alcune deleghe le ha tenute per sé.
Lombardo parla girando e rigirando le due fedi che porta all’anulare sinistro, più la coroncina del rosario, mentre sulla mano destra ha il bracciale rosso di san Sebastiano.
«La prima delle mie due fedi è quella del matrimonio con mia moglie Rina, un omaggio a una donna straordinaria, la seconda segna il nostro venticinquesimo di matrimonio, più gli anni di fidanzamento».

• Presidente Lombardo, la travagliata vicenda della riforma sanitaria, fiore all’occhiello del suo Governo, è stata contrastata dalla sua maggioranza e sostenuta dall’opposizione. Ma che maggioranza è la sua, allora?
«Appunto, aver azzerato la Giunta, salvo alcuni assessori che, comunque, hanno lavorato bene, è la conseguenza di un anno di Governo al termine del quale ho deciso di chiudere con tutti gli assessori che ostacolano le riforme e che remano contro».
• Lei allude, mi pare, da un lato al coordinatore del Pdl Giuseppe Castiglione, catanese come lei, e a quella parte del Popolo della libertà legata al ministro della Giustizia Angelino Alfano e al presidente del Senato Renato Schifani, mentre si ritrova al suo fianco Gianfranco Micciché con la sua corrente del Pdl opposta ai personaggi citati. In effetti, sembra quasi un regolamento dei conti...
«Oppure sembra un servizio fatto alla Sicilia. Le faccio un esempio: se, poniamo il caso, qualcuno di quelli che lei ha citato è andato a Roma a dire al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di non erogare alla Sicilia i fondi Fas che al Nord sono stati dati e a noi no, cosa debbo pensare? Che questi signori lavorano per i siciliani oppure no? Per troppi anni la Sicilia è stata governata da Roma. Adesso questi signori debbono scegliere o Roma o la Sicilia; non si possono servire due padroni».
• Ma Silvio Berlusconi ha detto che quei soldi non ve li dà ancora perché voi avete intenzione di spenderli per le guardie forestali, e non per gli investimenti...
«I 30 mila addetti della guardia forestale me li hanno lasciati i miei predecessori, non me li sono evidentemente inventati io. Ma Berlusconi sbaglia, a noi quei soldi servono proprio per fare le strade e le ferrovie, che oggi sono le più antiquate del Paese».
• Comunque, non le sembra abbastanza singolare che sia stata proprio la sua maggioranza quella più avversa alla riforma sanitaria? Una cosa piuttosto strana, non trova?
«Questa è la prova definitiva che una maggioranza che ha il cuore e la testa a Roma, invece che qui in Sicilia, alla fine all’esame di una vera autonomia non regge. La nuova Giunta lascia alcune caselle in bianco per dar modo a questi signori di pensarci un poco. Per esempio, secondo me dovrebbero rendersi conto chiaramente che con il federalismo le Regioni debbono pensare un po’ di più a sé stesse».
• Tutte le Regioni italiane? E quelle del Mezzogiorno?
«Noi del Meridione ovviamente molto di più. Si rende conto che, mentre il Sud è in ginocchio, viene sollevata la questione del Nord come unica questione nazionale? Ma siamo impazziti? È per questo motivo che ho fondato il Movimento per le Autonomie, prima come movimento siciliano, poi per tutto il Sud e, più in là, anche nazionale. Sarà il partito degli interessi locali, con una struttura nazionale molto leggera».
• Presidente Lombardo, lei si è liberato di una Giunta che l’ha ostacolata per varare un Governo di persone completamente dalla sua parte: questo è il segno che dopo la riforma sanitaria e la formazione professionale vuole fare qualcosa di importante?
«La riforma della raccolta e la gestione dei rifiuti, che è molto più importante di quella sanitaria, la quale pure ha colpito molte rendite e tutta una serie di interessi particolari. È contro questo che i cattivi rematori hanno fatto da ostacolo in questi ultimi mesi. Mi lasci dire che questa cosa è molto strana e molto, molto, molto grave».
• Lei forse vuole alludere ai grandi interessi che girano intorno alla raccolta dei rifiuti e alla costruzione dei termovalorizzatori?
«Esattamente, ma io sono determinato a mettere ordine. Conosco bene i rischi gravi che corro, ma vado avanti».
L’opposizione è prudente, ma nei momenti delle riforme le è stata a fianco: pensa di coinvolgerla?
«È tradizione che l’opposizione in Sicilia voti per l’interesse dei siciliani. Quel che lei dice è vero, ma ognuno deve fare il proprio mestiere secondo il mandato degli elettori. Nella nuova Giunta comunque entra anche Caterina Chinnici, figlia del magistrato ucciso dalla mafia, e con lei altre persone di profilo alto. Anche questo è un segno che penso alla Sicilia e non solo a maggioranze o opposizioni che siano».
Guglielmo Nardocci