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giovedì 14 aprile 2011

L'Avvenire boccia la legge del c.d. "processo breve".



Può essere utile al di là delle partigianerie, leggere questo articolo pubblicato su Avvenire di oggi.

Ma non chiamatelo «processo breve»
Alzi la mano chi desidera un processo lungo, estenuante e spesso inconcludente come gran parte di quelli che si celebrano (o si trascinano) per anni nei tribunali italiani. Una legge sul «processo breve», ovvero un provvedimento che riuscisse davvero a garantire l’amministrazione della giustizia in tempi certi e ragionevoli, sarebbe perciò l’uovo di Colombo, oltre che la medicina più indicata per curare il male di cui soffre questo settore. Già, perché se si riuscisse a guardare l’Italia senza le lenti deformanti della partigianeria (ormai vero sport nazionale, al pari del calcio), si vedrebbe un Paese stritolato dalla "questione giudiziaria".

Con questa definizione non vanno intese, però, l’urgenza dell’attuale presidente del Consiglio di risolvere i suoi guai con taluni magistrati di Milano e la costanza (non priva di forzature procedurali, né, talvolta, perfino di venature d’astio) con la quale questi ultimi lo incalzano ormai da quasi vent’anni, bensì proprio la lentezza dei processi civili e penali. La stessa che ci procura continue condanne a Strasburgo per «irragionevole durata» delle cause. E che ci vede dietro a diversi Stati in via di sviluppo nella classifica mondiale dei luoghi dove occorre più tempo per recuperare un credito: 1.210 giorni, più di tre anni.

Ebbene, ieri, in una Camera dei deputati in tumulto, ha compiuto il giro di boa un disegno di legge d’iniziativa parlamentare che contiene proprio «misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi, in attuazione dell’articolo 111 della Costituzione e dell’articolo 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali». A che cosa servirà, una volta che avrà incassato anche il voto favorevole del Senato ed entrerà in vigore, presumibilmente subito dopo Pasqua? La risposta degli oppositori è: a evitare a Silvio Berlusconi una condanna in primo grado nel processo Mills (comunque destinato a finire nel nulla prima della sentenza definitiva), accorciando di qualche mese i termini della prescrizione grazie a una norma infilata nel testo dal relatore Paniz del Pdl, dopo che la maggioranza aveva accettato, come segnale di distensione e apertura al dialogo sulla più ampia riforma costituzionale della giustizia proposta dal ministro Alfano, di cancellare la norma transitoria che consentiva l’applicazione della legge ai processi in corso, inclusi quelli che vedono imputato il premier.

La versione della maggioranza e del governo è, invece, che il provvedimento è necessario in quanto mette al riparo tutti i cittadini dalla eccessiva lunghezza dei processi, dichiarandone l’estinzione qualora non si concludano in tre anni per il primo grado, due anni per l’appello e diciotto mesi per l’eventuale sentenza di legittimità, perché una giustizia che arriva più tardi è comunque una giustizia negata.

Entrambe le risposte sono vere. Del resto, l’una non esclude l’altra. Sia la domanda, sia le risposte, tuttavia, non sembrano centrate. Sarebbe meglio chiedersi, infatti, a che cosa non servirà questa legge, per convenzione e sintesi giornalistica definita «sul processo breve». E la risposta è che, purtroppo, non servirà ad abbreviare i tempi dei processi. Come tutti i testi analoghi da cui è stata preceduta (approvati, come la legge Pinto del 2001 o la "ex-Cirielli" del 2005, oppure rimasti allo stadio di proposta, come quella del 2006 firmata anche dall’attuale capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro, allora nell’Ulivo, e ancor prima, nel 2004, da cinque suoi compagni di partito nei Ds, tra i quali l’attuale consigliere "laico" del Csm Guido Calvi) potrà soltanto prendere atto, di volta in volta, di un fallimento: quello di uno Stato che non riesce a garantire una sentenza definitiva in tempi ragionevoli. Ma questa è la radiografia del male, non la cura.
Danilo Paolini

sabato 29 agosto 2009

Solidarietà al direttore di Avvenire

Mi sembra giusto pubblicare la riflessione del Presidente Nazionale di A.C. e la nota dell'A. C. sull'attacco al direttore del quotidiano AVVENIRE da parte delle colonne de "Il Giornale".

Qual'è oggi la situazione del mondo dell'informazione in Italia ?

L'informazione è tra i principali strumenti di partecipazione democratica. Non è pensabile alcuna partecipazione senza la conoscenza dei problemi della comunità politica e dei dati di fatto.
Occorre assicurare un reale pluralismo garantendo una molteplicità di forme e di strumenti nel campo dell'informazione e della comunicazione...
"merita attenzione particolare il fenomeno delle concentrazioni editoriali e televisive, con pericolosi effetti per l'intero sistema democratico quando a tale fenomeno corrispondono legami sempre più stretti tra l'attività governativa, i poteri finanziari e l'informazione". (dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa).

Un attacco gratuito e rancoroso di Franco Miano
Quanto ho letto ieri sulle colonne de Il Giornale, l’attacco gratuito e rancoroso al direttore di Avvenire, Dino Boffo, merita qualche altra parola per evidenziare da un lato un disagio, che si è palesato in tanti interventi e prese di posizione, e, dall’altro, per sottolineare il clima in cui questo fatto si è inserito. Appare a tutti evidente che l’articolo vuole essere soprattutto un tentativo di intimidire un giornale che ha cercato, con correttezza ed equilibrio, di informare i suoi lettori su una vicenda che non poteva essere ignorata, senza per questo scendere nel pettegolezzo, nel gossip. Non si può ignorare che alcuni comportamenti, così come presentati dalla stampa, hanno messo in difficoltà i cattolici. Ma è altrettanto indubbio che il giornale dei cattolici, Avvenire, si è mantenuto su una linea di prudenza e di rispetto delle persone.

Stupisce dunque questo violento attacco nei confronti del direttore di Avvenire, soprattutto perché personale quanto pretestuoso, rispetto al merito della vicenda. È forse vero che siamo arrivati a un punto di non ritorno; quel dialogo da più parti invocato, auspicato, sembra essersi fermato per lasciare spazio a campagne d’odio le cui conseguenze rischiano di mettere in ginocchio ancor di più un Paese che già si trova ad affrontare problemi reali, che toccano soprattutto singoli e famiglie.

È giunto il momento secondo me, in cui si deve fare una scelta tra cercare tutti insieme di aiutare il Paese ad uscire dalle difficoltà del momento, oppure continuare uno scontro culturale, ideologico che non serve a nessuno, e per di più rappresenta un ostacolo a qualsiasi cambiamento.

Preoccupa inoltre questa “guerra” tra giornali. Compito dell’informazione è proprio quello di aiutare a capire, a conoscere. Ciò che leggiamo in questi giorni sembra più un tentativo di impedire che ci possa essere ancora una stampa con la volontà di informare liberamente. La libertà di stampa è un cardine della democrazia e impedire che i giornali possano dire cose non gradite è un tentativo di costruire verità artificiali.

Come cristiani siamo abituati a dire “si, si; no, no”; a rispettare l’altro come persona, perché creata a immagine e somiglianza di Dio. Per questo siamo stupiti di fronte ad attacchi così gravi e pretestuosi. Per questo chiediamo di fare un passo indietro a un certo giornalismo e a una certa politica che pur di perorare una causa sono disposti a qualsiasi atto per screditare chi ha una diversa opinione o esprime una diversa posizione.

NOTA DEL 28 AGOSTO
L’Azione cattolica italiana esprime solidarietà al direttore di Avvenire Dino Boffo per l’attacco, gratuito e rancoroso, ricevuto dalle colonne de Il Giornale. Appare evidente che l’articolo vuole essere soprattutto un tentativo di intimidire un giornale che ha cercato, con correttezza e equilibro, di informare i suoi lettori su una vicenda che non poteva essere ignorata. Un attacco grave, personale e così plateale si commenta da solo. L’Azione cattolica chiede di fare un passo indietro ad un certo giornalismo, e ad una certa politica, che pur di perorare una causa sono disposti a qualsiasi atto per screditare chi ha una diversa opinione.