lunedì 22 giugno 2009

21 Giugno 2009. Chiusura anno sociale dell'AC di Mineo.


Ieri sera i soci di Ac, amici e familiari, hanno concluso l'anno sociale con un momento di riflessione, di meditazione e di confronto sull'anno trascorso (chiusura del Giubileo di Santa Agrippina, il mese della Pace con la riflessioni e le celebrazioni, la settimana sociale conclusa con l'incontro tenutosi a Mineo il 28 maggio in memoria dei caduti sul posto di lavoro, la Quaresima incentrata sull'ascolto della Parola di Dio attraverso l'educazione alla "lectio divina", la settimana della comunità con l'incontro sul "discernimento comunitario", la partecipazione agli incontri sulla Dottrina Sociale della Chiesa, ecc.)

Un rammarico: la mancanza di giovani e di animatori per l'ACR. Speriamo il prossimo anno di ricominciare con qualche animatore di buona volontà con la voglia di diventare santo e di spendersi per gli altri. E' un impegno ed una priorità per tutta la comunità parrocchiale. Fra pochi giorni inizierà il Grest inter-parrocchiale...poi ci sarà a settembre il campo scuola parrocchiale per i giovani.
Speriamo bene.


Infine, con la presenza di Padre Nenè e del diacono, D. Antonello Messina, abbiamo concluso la serata con il momento di fraternità.
Stante la bravura delle "cuoche" anche questo momento è stato molto apprezzato e...consumato.

venerdì 19 giugno 2009

19.06.09. Inizio dell'Anno Sacerdotale.


LETTERA DEL SANTO PADRE, BENEDETTO XVI, PER L'INDIZIONE DELL'ANNO SACERDOTALE IN OCCASIONE DEL 150° ANNIVERSARIO DEL "DIE NATALIS" DI GIOVANNI MARIA VIANNEY.



Cari fratelli nel Sacerdozio,

nella prossima solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, venerdì 19 giugno 2009 – giornata tradizionalmente dedicata alla preghiera per la santificazione del clero –, ho pensato di indire ufficialmente un “Anno Sacerdotale” in occasione del 150° anniversario del “dies natalis” di Giovanni Maria Vianney, il Santo Patrono di tutti i parroci del mondo.[1]
Tale anno, che vuole contribuire a promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi, si concluderà nella stessa solennità del 2010.
“Il Sacerdozio è l'amore del cuore di Gesù”, soleva dire il Santo Curato d’Ars.[2]
Questa toccante espressione ci permette anzitutto di evocare con tenerezza e riconoscenza l’immenso dono che i sacerdoti costituiscono non solo per la Chiesa, ma anche per la stessa umanità.
Penso a tutti quei presbiteri che offrono ai fedeli cristiani e al mondo intero l’umile e quotidiana proposta delle parole e dei gesti di Cristo, cercando di aderire a Lui con i pensieri, la volontà, i sentimenti e lo stile di tutta la propria esistenza. Come non sottolineare le loro fatiche apostoliche, il loro servizio infaticabile e nascosto, la loro carità tendenzialmente universale? E che dire della fedeltà coraggiosa di tanti sacerdoti che, pur tra difficoltà e incomprensioni, restano fedeli alla loro vocazione: quella di “amici di Cristo”, da Lui particolarmente chiamati, prescelti e inviati?

Io stesso porto ancora nel cuore il ricordo del primo parroco accanto al quale esercitai il mio ministero di giovane prete: egli mi lasciò l’esempio di una dedizione senza riserve al proprio servizio pastorale, fino a trovare la morte nell’atto stesso in cui portava il viatico a un malato grave.

Tornano poi alla mia memoria gli innumerevoli confratelli che ho incontrato e che continuo ad incontrare, anche durante i miei viaggi pastorali nelle diverse nazioni, generosamente impegnati nel quotidiano esercizio del loro ministero sacerdotale. Ma l’espressione usata dal Santo Curato evoca anche la trafittura del Cuore di Cristo e la corona di spine che lo avvolge. Il pensiero va, di conseguenza, alle innumerevoli situazioni di sofferenza in cui molti sacerdoti sono coinvolti, sia perché partecipi dell’esperienza umana del dolore nella molteplicità del suo manifestarsi, sia perché incompresi dagli stessi destinatari del loro ministero: come non ricordare i tanti sacerdoti offesi nella loro dignità, impediti nella loro missione, a volte anche perseguitati fino alla suprema testimonianza del sangue?

Ci sono, purtroppo, anche situazioni, mai abbastanza deplorate, in cui è la Chiesa stessa a soffrire per l’infedeltà di alcuni suoi ministri. È il mondo a trarne allora motivo di scandalo e di rifiuto.

Ciò che massimamente può giovare in tali casi alla Chiesa non è tanto la puntigliosa rilevazione delle debolezze dei suoi ministri, quanto una rinnovata e lieta coscienza della grandezza del dono di Dio, concretizzato in splendide figure di generosi Pastori, di Religiosi ardenti di amore per Dio e per le anime, di Direttori spirituali illuminati e pazienti.

A questo proposito, gli insegnamenti e gli esempi di san Giovanni Maria Vianney possono offrire a tutti un significativo punto di riferimento: il Curato d’Ars era umilissimo, ma consapevole, in quanto prete, d’essere un dono immenso per la sua gente: “Un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, è il più grande tesoro che il buon Dio possa accordare ad una parrocchia e uno dei doni più preziosi della misericordia divina”.[3]

Parlava del sacerdozio come se non riuscisse a capacitarsi della grandezza del dono e del compito affidati ad una creatura umana: “Oh come il prete è grande!... Se egli si comprendesse, morirebbe... Dio gli obbedisce: egli pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia...”.[4]
E spiegando ai suoi fedeli l’importanza dei sacramenti diceva: “Tolto il sacramento dell'Ordine, noi non avremmo il Signore. Chi lo ha riposto là in quel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha accolto la vostra anima al primo entrare nella vita? Il sacerdote. Chi la nutre per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire innanzi a Dio, lavandola per l'ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest'anima viene a morire [per il peccato], chi la risusciterà, chi le renderà la calma e la pace? Ancora il sacerdote... Dopo Dio, il sacerdote è tutto!... Lui stesso non si capirà bene che in cielo”.[5]

Queste affermazioni, nate dal cuore sacerdotale del santo parroco, possono apparire eccessive. In esse, tuttavia, si rivela l’altissima considerazione in cui egli teneva il sacramento del sacerdozio. Sembrava sopraffatto da uno sconfinato senso di responsabilità: “Se comprendessimo bene che cos’è un prete sulla terra, moriremmo: non di spavento, ma di amore... Senza il prete la morte e la passione di Nostro Signore non servirebbero a niente. È il prete che continua l’opera della Redenzione sulla terra... Che ci gioverebbe una casa piena d’oro se non ci fosse nessuno che ce ne apre la porta? Il prete possiede la chiave dei tesori celesti: è lui che apre la porta; egli è l’economo del buon Dio; l’amministratore dei suoi beni... Lasciate una parrocchia, per vent’anni, senza prete, vi si adoreranno le bestie... Il prete non è prete per sé, lo è per voi”.[6]

Era giunto ad Ars, un piccolo villaggio di 230 abitanti, preavvertito dal Vescovo che avrebbe trovato una situazione religiosamente precaria: “Non c'è molto amor di Dio in quella parrocchia; voi ce ne metterete”. Era, di conseguenza, pienamente consapevole che doveva andarvi ad incarnare la presenza di Cristo, testimoniandone la tenerezza salvifica: “[Mio Dio], accordatemi la conversione della mia parrocchia; accetto di soffrire tutto quello che vorrete per tutto il tempo della mia vita!”, fu con questa preghiera che iniziò la sua missione.[7] Alla conversione della sua parrocchia il Santo Curato si dedicò con tutte le sue energie, ponendo in cima ad ogni suo pensiero la formazione cristiana del popolo a lui affidato.

Cari fratelli nel Sacerdozio, chiediamo al Signore Gesù la grazia di poter apprendere anche noi il metodo pastorale di san Giovanni Maria Vianney!

Ciò che per prima cosa dobbiamo imparare è la sua totale identificazione col proprio ministero. In Gesù, Persona e Missione tendono a coincidere: tutta la sua azione salvifica era ed è espressione del suo “Io filiale” che, da tutta l’eternità, sta davanti al Padre in atteggiamento di amorosa sottomissione alla sua volontà. Con umile ma vera analogia, anche il sacerdote deve anelare a questa identificazione.

Non si tratta certo di dimenticare che l’efficacia sostanziale del ministero resta indipendente dalla santità del ministro; ma non si può neppure trascurare la straordinaria fruttuosità generata dall’incontro tra la santità oggettiva del ministero e quella soggettiva del ministro.

Il Curato d’Ars iniziò subito quest’umile e paziente lavoro di armonizzazione tra la sua vita di ministro e la santità del ministero a lui affidato, decidendo di “abitare” perfino materialmente nella sua chiesa parrocchiale: “Appena arrivato egli scelse la chiesa a sua dimora... Entrava in chiesa prima dell’aurora e non ne usciva che dopo l’Angelus della sera. Là si doveva cercarlo quando si aveva bisogno di lui”, si legge nella prima biografia.[8]

L’esagerazione devota del pio agiografo non deve farci trascurare il fatto che il Santo Curato seppe anche “abitare” attivamente in tutto il territorio della sua parrocchia: visitava sistematicamente gli ammalati e le famiglie; organizzava missioni popolari e feste patronali; raccoglieva ed amministrava denaro per le sue opere caritative e missionarie; abbelliva la sua chiesa e la dotava di arredi sacri; si occupava delle orfanelle della “Providence” (un istituto da lui fondato) e delle loro educatrici; si interessava dell’istruzione dei bambini; fondava confraternite e chiamava i laici a collaborare con lui.

Il suo esempio mi induce a evidenziare gli spazi di collaborazione che è doveroso estendere sempre più ai fedeli laici, coi quali i presbiteri formano l’unico popolo sacerdotale [9] e in mezzo ai quali, in virtù del sacerdozio ministeriale, si trovano “per condurre tutti all’unità della carità, ‘amandosi l’un l’altro con la carità fraterna, prevenendosi a vicenda nella deferenza’ (Rm 12,10)”.[10]

È da ricordare, in questo contesto, il caloroso invito con il quale il Concilio Vaticano II incoraggia i presbiteri a “riconoscere e promuovere sinceramente la dignità dei laici, nonché il loro ruolo specifico nell’ambito della missione della Chiesa… Siano pronti ad ascoltare il parere dei laici, considerando con interesse fraterno le loro aspirazioni e giovandosi della loro esperienza e competenza nei diversi campi dell’attività umana, in modo da poter insieme a loro riconoscere i segni dei tempi”.[11]

Ai suoi parrocchiani il Santo Curato insegnava soprattutto con la testimonianza della vita. Dal suo esempio i fedeli imparavano a pregare, sostando volentieri davanti al tabernacolo per una visita a Gesù Eucaristia.[12]

“Non c’è bisogno di parlar molto per ben pregare” – spiegava loro il Curato - “Si sa che Gesù è là, nel santo tabernacolo: apriamogli il nostro cuore, rallegriamoci della sua santa presenza. È questa la migliore preghiera”.[13]

Ed esortava: “Venite alla comunione, fratelli miei, venite da Gesù. Venite a vivere di Lui per poter vivere con Lui...[14] “È vero che non ne siete degni, ma ne avete bisogno!”.[15]

Tale educazione dei fedeli alla presenza eucaristica e alla comunione acquistava un’efficacia particolarissima, quando i fedeli lo vedevano celebrare il Santo Sacrificio della Messa. Chi vi assisteva diceva che “non era possibile trovare una figura che meglio esprimesse l’adorazione... Contemplava l’Ostia amorosamente”.[16] “Tutte le buone opere riunite non equivalgono al sacrificio della Messa, perché quelle sono opere di uomini, mentre la Santa Messa è opera di Dio»,[17] diceva.

Era convinto che dalla Messa dipendesse tutto il fervore della vita di un prete: «La causa della rilassatezza del sacerdote è che non fa attenzione alla Messa! Mio Dio, come è da compiangere un prete che celebra come se facesse una cosa ordinaria!”.[18] Ed aveva preso l’abitudine di offrire sempre, celebrando, anche il sacrificio della propria vita: “Come fa bene un prete ad offrirsi a Dio in sacrificio tutte le mattine!”.[19]

Questa immedesimazione personale al Sacrificio della Croce lo conduceva – con un solo movimento interiore – dall’altare al confessionale.

I sacerdoti non dovrebbero mai rassegnarsi a vedere deserti i loro confessionali né limitarsi a constatare la disaffezione dei fedeli nei riguardi di questo sacramento.

Al tempo del Santo Curato, in Francia, la confessione non era né più facile, né più frequente che ai nostri giorni, dato che la tormenta rivoluzionaria aveva soffocato a lungo la pratica religiosa.
Ma egli cercò in ogni modo, con la predicazione e con il consiglio persuasivo, di far riscoprire ai suoi parrocchiani il significato e la bellezza della Penitenza sacramentale, mostrandola come un’esigenza intima della Presenza eucaristica. Seppe così dare il via a un circolo virtuoso.

Con le lunghe permanenze in chiesa davanti al tabernacolo fece sì che i fedeli cominciassero ad imitarlo, recandovisi per visitare Gesù, e fossero, al tempo stesso, sicuri di trovarvi il loro parroco, disponibile all’ascolto e al perdono.

In seguito, fu la folla crescente dei penitenti, provenienti da tutta la Francia, a trattenerlo nel confessionale fino a 16 ore al giorno. Si diceva allora che Ars era diventata “il grande ospedale delle anime”.[20] “La grazia che egli otteneva [per la conversione dei peccatori] era sì forte che essa andava a cercarli senza lasciar loro un momento di tregua!”, dice il primo biografo.[21] Il Santo Curato non la pensava diversamente, quando diceva: “Non è il peccatore che ritorna a Dio per domandargli perdono, ma è Dio stesso che corre dietro al peccatore e lo fa tornare a Lui”.[22] “Questo buon Salvatore è così colmo d’amore che ci cerca dappertutto”.[23]

Tutti noi sacerdoti dovremmo sentire che ci riguardano personalmente quelle parole che egli metteva in bocca a Cristo: “Incaricherò i miei ministri di annunciare ai peccatori che sono sempre pronto a riceverli, che la mia misericordia è infinita”.[24]

Dal Santo Curato d’Ars noi sacerdoti possiamo imparare non solo un’inesauribile fiducia nel sacramento della Penitenza che ci spinga a rimetterlo al centro delle nostre preoccupazioni pastorali, ma anche il metodo del “dialogo di salvezza” che in esso si deve svolgere.
Il Curato d’Ars aveva una maniera diversa di atteggiarsi con i vari penitenti. Chi veniva al suo confessionale attratto da un intimo e umile bisogno del perdono di Dio, trovava in lui l’incoraggiamento ad immergersi nel “torrente della divina misericordia” che trascina via tutto nel suo impeto. E se qualcuno era afflitto al pensiero della propria debolezza e incostanza, timoroso di future ricadute, il Curato gli rivelava il segreto di Dio con un’espressione di toccante bellezza: “Il buon Dio sa tutto. Prima ancora che voi vi confessiate, sa già che peccherete ancora e tuttavia vi perdona. Come è grande l’amore del nostro Dio che si spinge fino a dimenticare volontariamente l’avvenire, pur di perdonarci!”.[25]
A chi, invece, si accusava in maniera tiepida e quasi indifferente, offriva, attraverso le sue stesse lacrime, la seria e sofferta evidenza di quanto quell’atteggiamento fosse “abominevole”: “Piango perché voi non piangete”,[26] diceva. “Se almeno il Signore non fosse così buono! Ma è così buono! Bisogna essere barbari a comportarsi così davanti a un Padre così buono!”.[27]

Faceva nascere il pentimento nel cuore dei tiepidi, costringendoli a vedere, con i propri occhi, la sofferenza di Dio per i peccati quasi “incarnata” nel volto del prete che li confessava. A chi, invece, si presentava già desideroso e capace di una più profonda vita spirituale, spalancava le profondità dell’amore, spiegando l’indicibile bellezza di poter vivere uniti a Dio e alla sua presenza: “Tutto sotto gli occhi di Dio, tutto con Dio, tutto per piacere a Dio... Com’è bello!”.[28] E insegnava loro a pregare: “Mio Dio, fammi la grazia di amarti tanto quanto è possibile che io t’ami”.[29]

Il Curato d’Ars, nel suo tempo, ha saputo trasformare il cuore e la vita di tante persone, perché è riuscito a far loro percepire l’amore misericordioso del Signore. Urge anche nel nostro tempo un simile annuncio e una simile testimonianza della verità dell’Amore: Deus caritas est (1 Gv 4,8).

Con la Parola e con i Sacramenti del suo Gesù, Giovanni Maria Vianney sapeva edificare il suo popolo, anche se spesso fremeva convinto della sua personale inadeguatezza, al punto da desiderare più volte di sottrarsi alle responsabilità del ministero parrocchiale di cui si sentiva indegno. Tuttavia con esemplare obbedienza restò sempre al suo posto, perché lo divorava la passione apostolica per la salvezza delle anime. Cercava di aderire totalmente alla propria vocazione e missione mediante un’ascesi severa: “La grande sventura per noi parroci - deplorava il Santo - è che l’anima si intorpidisce” [30]; ed intendeva con questo un pericoloso assuefarsi del pastore allo stato di peccato o di indifferenza in cui vivono tante sue pecorelle. Egli teneva a freno il corpo, con veglie e digiuni, per evitare che opponesse resistenze alla sua anima sacerdotale. E non rifuggiva dal mortificare se stesso a bene delle anime che gli erano affidate e per contribuire all’espiazione dei tanti peccati ascoltati in confessione. Spiegava ad un confratello sacerdote: “Vi dirò qual è la mia ricetta: dò ai peccatori una penitenza piccola e il resto lo faccio io al loro posto”.[31]

Al di là delle concrete penitenze a cui il Curato d’Ars si sottoponeva, resta comunque valido per tutti il nucleo del suo insegnamento: le anime costano il sangue di Gesù e il sacerdote non può dedicarsi alla loro salvezza se rifiuta di partecipare personalmente al “caro prezzo” della redenzione.

Nel mondo di oggi, come nei difficili tempi del Curato d’Ars, occorre che i presbiteri nella loro vita e azione si distinguano per una forte testimonianza evangelica.

Ha giustamente osservato Paolo VI: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”.[32]

Perché non nasca un vuoto esistenziale in noi e non sia compromessa l’efficacia del nostro ministero, occorre che ci interroghiamo sempre di nuovo: “Siamo veramente pervasi dalla Parola di Dio? È vero che essa è il nutrimento di cui viviamo, più di quanto lo siano il pane e le cose di questo mondo? La conosciamo davvero? La amiamo? Ci occupiamo interiormente di questa Parola al punto che essa realmente dia un’impronta alla nostra vita e formi il nostro pensiero?”.[33] Come Gesù chiamò i Dodici perché stessero con Lui (cfr Mc 3,14) e solo dopo li mandò a predicare, così anche ai giorni nostri i sacerdoti sono chiamati ad assimilare quel “nuovo stile di vita” che è stato inaugurato dal Signore Gesù ed è stato fatto proprio dagli Apostoli.[34]

Fu proprio l’adesione senza riserve a questo “nuovo stile di vita” che caratterizzò l’impegno ministeriale del Curato d’Ars. Il Papa Giovanni XXIII nella Lettera enciclica Sacerdotii nostri primordia, pubblicata nel 1959, primo centenario della morte di san Giovanni Maria Vianney, ne presentava la fisionomia ascetica con particolare riferimento al tema dei “tre consigli evangelici”, giudicati necessari anche per i presbiteri: “Se, per raggiungere questa santità di vita, la pratica dei consigli evangelici non è imposta al sacerdote in virtù dello stato clericale, essa si presenta nondimeno a lui, come a tutti i discepoli del Signore, come la via regolare della santificazione cristiana”.[35]
Il Curato d’Ars seppe vivere i “consigli evangelici” nelle modalità adatte alla sua condizione di presbitero. La sua povertà, infatti, non fu quella di un religioso o di un monaco, ma quella richiesta ad un prete: pur maneggiando molto denaro (dato che i pellegrini più facoltosi non mancavano di interessarsi alle sue opere di carità), egli sapeva che tutto era donato alla sua chiesa, ai suoi poveri, ai suoi orfanelli, alle ragazze della sua “Providence”,[36] alle sue famiglie più disagiate. Perciò egli “era ricco per dare agli altri ed era molto povero per se stesso”.[37]
Spiegava: “Il mio segreto è semplice: dare tutto e non conservare niente”.[38] Quando si trovava con le mani vuote, ai poveri che si rivolgevano a lui diceva contento: “Oggi sono povero come voi, sono uno dei vostri”.[39] Così, alla fine della vita, poté affermare con assoluta serenità: “Non ho più niente. Il buon Dio ora può chiamarmi quando vuole!”.[40] Anche la sua castità era quella richiesta a un prete per il suo ministero. Si può dire che era la castità conveniente a chi deve toccare abitualmente l’Eucaristia e abitualmente la guarda con tutto il trasporto del cuore e con lo stesso trasporto la dona ai suoi fedeli.

Dicevano di lui che “la castità brillava nel suo sguardo”, e i fedeli se ne accorgevano quando egli si volgeva a guardare il tabernacolo con gli occhi di un innamorato.[41]

Anche l’obbedienza di san Giovanni Maria Vianney fu tutta incarnata nella sofferta adesione alle quotidiane esigenze del suo ministero. È noto quanto egli fosse tormentato dal pensiero della propria inadeguatezza al ministero parrocchiale e dal desiderio di fuggire “a piangere la sua povera vita, in solitudine”.[42]

Solo l’obbedienza e la passione per le anime riuscivano a convincerlo a restare al suo posto. A se stesso e ai suoi fedeli spiegava: “Non ci sono due maniere buone di servire Dio. Ce n’è una sola: servirlo come lui vuole essere servito”.[43] La regola d’oro per una vita obbediente gli sembrava questa: “Fare solo ciò che può essere offerto al buon Dio”.[44]

Nel contesto della spiritualità alimentata dalla pratica dei consigli evangelici, mi è caro rivolgere ai sacerdoti, in quest’Anno a loro dedicato, un particolare invito a saper cogliere la nuova primavera che lo Spirito sta suscitando ai giorni nostri nella Chiesa, non per ultimo attraverso i Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità. “Lo Spirito nei suoi doni è multiforme… Egli soffia dove vuole. Lo fa in modo inaspettato, in luoghi inaspettati e in forme prima non immaginate… ma ci dimostra anche che Egli opera in vista dell’unico Corpo e nell’unità dell’unico Corpo”.[45]
A questo proposito, vale l’indicazione del Decreto Presbyterorum ordinis: “Sapendo discernere quali spiriti abbiano origine da Dio, (i presbiteri) devono scoprire con senso di fede i carismi, sia umili che eccelsi, che sotto molteplici forme sono concessi ai laici, devono ammetterli con gioia e fomentarli con diligenza”.[46]

Tali doni che spingono non pochi a una vita spirituale più elevata, possono giovare non solo per i fedeli laici ma per gli stessi ministri. Dalla comunione tra ministri ordinati e carismi, infatti, può scaturire “un valido impulso per un rinnovato impegno della Chiesa nell’annuncio e nella testimonianza del Vangelo della speranza e della carità in ogni angolo del mondo”.[47]

Vorrei inoltre aggiungere, sulla scorta dell’Esortazione apostolica Pastores dabo vobis del Papa Giovanni Paolo II, che il ministero ordinato ha una radicale ‘forma comunitaria’ e può essere assolto solo nella comunione dei presbiteri con il loro Vescovo.[48]

Occorre che questa comunione fra i sacerdoti e col proprio Vescovo, basata sul sacramento dell’Ordine e manifestata nella concelebrazione eucaristica, si traduca nelle diverse forme concrete di una fraternità sacerdotale effettiva ed affettiva.[49] Solo così i sacerdoti sapranno vivere in pienezza il dono del celibato e saranno capaci di far fiorire comunità cristiane nelle quali si ripetano i prodigi della prima predicazione del Vangelo.

L’Anno Paolino che volge al termine orienta il nostro pensiero anche verso l’Apostolo delle genti, nel quale rifulge davanti ai nostri occhi uno splendido modello di sacerdote, totalmente “donato” al suo ministero. “L’amore del Cristo ci possiede – egli scriveva – e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti” (2 Cor 5,14). Ed aggiungeva: “Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro” (2 Cor. 5,15).

Quale programma migliore potrebbe essere proposto ad un sacerdote impegnato ad avanzare sulla strada delle perfezione cristiana?

Cari sacerdoti, la celebrazione del 150.mo anniversario della morte di san Giovanni Maria Vianney (1859) segue immediatamente le celebrazioni appena concluse del 150.mo anniversario delle apparizioni di Lourdes (1858). Già nel 1959 il beato Papa Giovanni XXIII aveva osservato: “Poco prima che il Curato d'Ars concludesse la sua lunga carriera piena di meriti, la Vergine Immacolata era apparsa, in un’altra regione di Francia, ad una fanciulla umile e pura, per trasmetterle un messaggio di preghiera e di penitenza, di cui è ben nota, da un secolo, l'immensa risonanza spirituale. In realtà la vita del santo sacerdote, di cui celebriamo il ricordo, era in anticipo un’illustrazione vivente delle grandi verità soprannaturali insegnate alla veggente di Massabielle. Egli stesso aveva per l'Immacolata Concezione della Santissima Vergine una vivissima devozione, lui che nel 1836 aveva consacrato la sua parrocchia a Maria concepita senza peccato, e doveva accogliere con tanta fede e gioia la definizione dogmatica del 1854”.[50] Il Santo Curato ricordava sempre ai suoi fedeli che “Gesù Cristo dopo averci dato tutto quello che ci poteva dare, vuole ancora farci eredi di quanto egli ha di più prezioso, vale a dire della sua Santa Madre”.[51]

Alla Vergine Santissima affido questo Anno Sacerdotale, chiedendole di suscitare nell’animo di ogni presbitero un generoso rilancio di quegli ideali di totale donazione a Cristo ed alla Chiesa che ispirarono il pensiero e l’azione del Santo Curato d’Ars. Con la sua fervente vita di preghiera e il suo appassionato amore a Gesù crocifisso Giovanni Maria Vianney alimentò la sua quotidiana donazione senza riserve a Dio e alla Chiesa. Possa il suo esempio suscitare nei sacerdoti quella testimonianza di unità con il Vescovo, tra loro e con i laici che è, oggi come sempre, tanto necessaria. Nonostante il male che vi è nel mondo, risuona sempre attuale la parola di Cristo ai suoi Apostoli nel Cenacolo: “Nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo” (Gv 16,33). La fede nel Maestro divino ci dà la forza per guardare con fiducia al futuro. Cari sacerdoti, Cristo conta su di voi. Sull’esempio del Santo Curato d’Ars, lasciatevi conquistare da Lui e sarete anche voi, nel mondo di oggi, messaggeri di speranza, di riconciliazione, di pace!

Con la mia benedizione.

Dal Vaticano, 16 giugno 2009

BENEDICTUS PP. XVI

venerdì 5 giugno 2009

Elezione europee 6 e 7 giugno. Diritto e responsabilità dei cristiani.

Elezioni europee . Appello alla responsabilità
Fin dal progetto dei tre politici cattolici e padri fondatori - il francese Robert Schuman, l'italiano Alcide De Gasperi e il tedesco Konrad Adenauer - la Chiesa ha sempre seguito con attenzione il cammino dell'Europa, accompagnandone e sostenendone il processo di integrazione.
In vista delle elezioni per il Parlamento di Strasburgo (4 -7 giugno 2009), per le quali sono chiamati alle urne 375 milioni di cittadini, ecco alcune dichiarazioni della Commissione degli episcopati della Comunità europea in cui invitano alla partecipazione al voto.

Consiglio delle Conferenze episcopali europee: la responsabilità dei cristiani.
Alla vigilia del voto, padre Duarte Nuno Queiroz de Barros da Cunha, segretario generale del Ccee, spiega a SIR Europa che nelle elezioni europee "è in gioco la scelta dei deputati che discuteranno argomenti di competenza delle Istituzioni europee" ma, precisa, "oltre il 60% delle legislazioni che oggi sono varate in ciascuno dei paesi dell'Unione europea, hanno la loro origine in seno alle Istituzioni europee" e non si tratta unicamente di mere questioni tecniche: "in seno al Parlamento europeo si discutono molte questioni che influenzano la nostra vita e la cultura europea presente e futura" come aborto e matrimonio, pur "sapendo che è di pertinenza della politica degli Stati in materia di famiglia". A Strasburgo, prosegue il segretario Ccee, "si parla di istruzione, di sanità, di ricerca scientifica e anche di religione".
La nostra responsabilità, quindi, "inizia riconoscendo l'importanza di avere persone ben preparate, consapevoli delle conseguenze future dei loro atti e che hanno una visione positiva e cristiana della vita e così da essere in grado di influenzare le decisioni".

Commissione degli episcopati della Comunità europea: un diritto e una responsabilità.
"La Chiesa cattolica ha sostenuto fin dall'inizio il progetto d'integrazione europea e continua a sostenerlo ancora oggi" affermano i vescovi della Comece nella dichiarazione diffusa lo scorso 20 marzo "Costruire una migliore casa europea". "Tutti i cristiani - si legge nel documento - hanno non solamente il diritto ma anche la responsabilità d'impegnarsi attivamente in questo progetto, esercitando il proprio diritto di voto".
Tenuto conto del notevole ruolo svolto dal Parlamento europeo, prosegue la dichiarazione, "ci aspettiamo" che i suoi membri "partecipino e contribuiscano attivamente":
- a "rispettare la vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale";
- a "sostenere la famiglia fondata sul matrimonio - inteso come unione tra un uomo e una donna - come unità di base della società";
- a "promuovere i diritti sociali dei lavoratori";
- a "sostenere una governance economica fondata su valori etici";
- a "promuovere la giustizia nelle relazioni tra l'Unione europea e i Paesi in via di sviluppo";
- a "dimostrare solidarietà tramite politiche di assistenza nei confronti dei membri più deboli";
- a "proteggere il Creato" e a "promuovere la pace nel mondo" con una "politica estera coordinata e coerente"

4 giugno 2009:RIVOLUZIONE ALLA SICILIANA

Su Famiglia Xna del 7.06.09 n. 23 vi è questa intervista al Presidente della Regione Sicilia, on. Raffaele Lombardo. La pubblichiamo anche in questo blog con l'intento di informare ma soprattuto di aprire un dibattito tra gli amici che leggono il blog.

Ha azzerato la Giunta, salvando solo qualche assessore, perché «remava contro, compresi i cattivi consiglieri di Silvio Berlusconi» .
E adesso? «Riparto. E chi ci sta, ci sta».


«Non voglio certamente tradire gli impegni con gli elettori che hanno votato per questa maggioranza politica per il Governo della Sicilia, ma sia chiaro che non si può stare in un Governo e poi remare contro, per cui da questo momento in poi sono chiare due cose: la Sicilia viene prima di tutto, diktat nazionali compresi, e chi rema contro esce dalla giunta e non rientra. Questo messaggio vale anche per i padrini politici degli assessori azzerati».

Il Governatore della Regione Sicilia Raffaele Lombardo, eletto nell’aprile 2008 con il 65,3 per cento dei voti, va per così dire alla guerra, impugnando le armi contro finti amici, nemici molto nascosti e anche avversari che, a sua detta, sono troppo malevoli.

«Scriva pure che questa è una rivoluzione», sottolinea in questa intervista con Famiglia Cristiana il presidente Lombardo, che venerdì 29 maggio ha nominato la nuova Giunta regionale, nella quale ha confermato soltanto sei assessori della precedente e scelto nuovi "tecnici", mentre alcune deleghe le ha tenute per sé.
Lombardo parla girando e rigirando le due fedi che porta all’anulare sinistro, più la coroncina del rosario, mentre sulla mano destra ha il bracciale rosso di san Sebastiano.
«La prima delle mie due fedi è quella del matrimonio con mia moglie Rina, un omaggio a una donna straordinaria, la seconda segna il nostro venticinquesimo di matrimonio, più gli anni di fidanzamento».

• Presidente Lombardo, la travagliata vicenda della riforma sanitaria, fiore all’occhiello del suo Governo, è stata contrastata dalla sua maggioranza e sostenuta dall’opposizione. Ma che maggioranza è la sua, allora?
«Appunto, aver azzerato la Giunta, salvo alcuni assessori che, comunque, hanno lavorato bene, è la conseguenza di un anno di Governo al termine del quale ho deciso di chiudere con tutti gli assessori che ostacolano le riforme e che remano contro».
• Lei allude, mi pare, da un lato al coordinatore del Pdl Giuseppe Castiglione, catanese come lei, e a quella parte del Popolo della libertà legata al ministro della Giustizia Angelino Alfano e al presidente del Senato Renato Schifani, mentre si ritrova al suo fianco Gianfranco Micciché con la sua corrente del Pdl opposta ai personaggi citati. In effetti, sembra quasi un regolamento dei conti...
«Oppure sembra un servizio fatto alla Sicilia. Le faccio un esempio: se, poniamo il caso, qualcuno di quelli che lei ha citato è andato a Roma a dire al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di non erogare alla Sicilia i fondi Fas che al Nord sono stati dati e a noi no, cosa debbo pensare? Che questi signori lavorano per i siciliani oppure no? Per troppi anni la Sicilia è stata governata da Roma. Adesso questi signori debbono scegliere o Roma o la Sicilia; non si possono servire due padroni».
• Ma Silvio Berlusconi ha detto che quei soldi non ve li dà ancora perché voi avete intenzione di spenderli per le guardie forestali, e non per gli investimenti...
«I 30 mila addetti della guardia forestale me li hanno lasciati i miei predecessori, non me li sono evidentemente inventati io. Ma Berlusconi sbaglia, a noi quei soldi servono proprio per fare le strade e le ferrovie, che oggi sono le più antiquate del Paese».
• Comunque, non le sembra abbastanza singolare che sia stata proprio la sua maggioranza quella più avversa alla riforma sanitaria? Una cosa piuttosto strana, non trova?
«Questa è la prova definitiva che una maggioranza che ha il cuore e la testa a Roma, invece che qui in Sicilia, alla fine all’esame di una vera autonomia non regge. La nuova Giunta lascia alcune caselle in bianco per dar modo a questi signori di pensarci un poco. Per esempio, secondo me dovrebbero rendersi conto chiaramente che con il federalismo le Regioni debbono pensare un po’ di più a sé stesse».
• Tutte le Regioni italiane? E quelle del Mezzogiorno?
«Noi del Meridione ovviamente molto di più. Si rende conto che, mentre il Sud è in ginocchio, viene sollevata la questione del Nord come unica questione nazionale? Ma siamo impazziti? È per questo motivo che ho fondato il Movimento per le Autonomie, prima come movimento siciliano, poi per tutto il Sud e, più in là, anche nazionale. Sarà il partito degli interessi locali, con una struttura nazionale molto leggera».
• Presidente Lombardo, lei si è liberato di una Giunta che l’ha ostacolata per varare un Governo di persone completamente dalla sua parte: questo è il segno che dopo la riforma sanitaria e la formazione professionale vuole fare qualcosa di importante?
«La riforma della raccolta e la gestione dei rifiuti, che è molto più importante di quella sanitaria, la quale pure ha colpito molte rendite e tutta una serie di interessi particolari. È contro questo che i cattivi rematori hanno fatto da ostacolo in questi ultimi mesi. Mi lasci dire che questa cosa è molto strana e molto, molto, molto grave».
• Lei forse vuole alludere ai grandi interessi che girano intorno alla raccolta dei rifiuti e alla costruzione dei termovalorizzatori?
«Esattamente, ma io sono determinato a mettere ordine. Conosco bene i rischi gravi che corro, ma vado avanti».
L’opposizione è prudente, ma nei momenti delle riforme le è stata a fianco: pensa di coinvolgerla?
«È tradizione che l’opposizione in Sicilia voti per l’interesse dei siciliani. Quel che lei dice è vero, ma ognuno deve fare il proprio mestiere secondo il mandato degli elettori. Nella nuova Giunta comunque entra anche Caterina Chinnici, figlia del magistrato ucciso dalla mafia, e con lei altre persone di profilo alto. Anche questo è un segno che penso alla Sicilia e non solo a maggioranze o opposizioni che siano».
Guglielmo Nardocci

domenica 31 maggio 2009

31 maggio: La nostra solidarietà è più forte della crisi

L’Azione Cattolica Italiana impegnata a sostenere la Colletta nazionale promossa dalla Chiesa italiana. Una sollecitazione ai soci a partecipare con generosità: «Essere solidali significa sentirsi comunità cristiana e comunità civile». Si invitano tutti i soci ad aderire con generosità alla colletta lanciata dalla Cei per oggi, domenica di Pentecoste.
L’iniziativa, promossa dalla C.E.I. in collaborazione con le banche nazionali, servirà ad alimentare il “prestito della speranza”, pensato per sostenere le famiglie in difficoltà economica a causa della crisi.

«La perdita del lavoro è un dramma non solo per lo spettro della povertà che si avvicina, ma anche per lo sconforto, l’angoscia e l’isolamento che può provocare. Per questo, come cristiani ma anche come cittadini, abbiamo il dovere di farci vicini a chi sta subendo più pesantemente le conseguenze della crisi. La solidarietà non è solo un aiuto concreto, ma anche un messaggio di speranza».
«La nostra solidarietà è più forte della crisi”, cosi recita il manifesto che accompagna la Colletta nazionale della Chiesa italiana.
Non solo uno slogan, ha spiegato il cardinale Angelo Bagnasco, ma una prospettiva che «intende dare una risposta concreta a quelle famiglie monoreddito che abbiano perso l’unico sostentamento, con tre figli a carico oppure segnate da situazioni di grave malattia o disabilità».
Il card. Bagnasco ricorda anche come «la scelta della famiglia non è casuale, ma corrisponde ad una convinzione profonda che vede in essa non soltanto l’ammortizzatore sociale più efficiente, ma anche la trama relazionale più necessaria per un armonico sviluppo delle persone e dunque della società».

«Per l’Azione cattolica, la colletta nazionale riveste un grande valore pedagogico perché rappresenta un’azione che educa in concreto alla solidarietà e alla condivisione, all’apertura del cuore e alla generosità. Non solo: aiuta a vivere questo momento di obiettiva difficoltà per tanti imparando a rimuovere le cause profonde della crisi, e cioè l’avidità del denaro e la cupidigia del possedere».

Con il suo impegno a favore della colletta nazionale, inoltre, l’Ac raccoglie l’invito dei vescovi a « dar voce alla gente e alle preoccupazioni generali che non sono poche né piccole ». In questo senso già molte sono nel nostro Paese le realtà che vedono le donne e gli uomini di Ac impegnati in iniziative e in progetti che, all’interno delle singole diocesi e parrocchie, hanno cominciato a dare risposte concrete ai bisogni via via emergenti.

N.B. È possibile contribuire al Fondo di garanzia per le famiglie in difficoltà da subito attraverso:
*Bonifico bancario su conto corrente di Banca Prossima (Gruppo Intesa Sanpaolo S.p.A.) - codice IBAN intestato a: CEI - PRESTITO DELLA SPERANZA IT19 Q033 5901 6001 0000 0006 893
(I versamenti effettuati presso gli sportelli Gruppo Intesa Sanpaolo sono gratuiti).

*Versamento sul conto corrente postale n. 96240338, intestato a CEI - PRESTITO DELLA SPERANZA, Circonvallazione Aurelia n. 50, 00165 Roma - CAUSALE: CEI - COLLETTA PRESTITO DELLA SPERANZA
(I versamenti effettuati presto tutti gli uffici postali sono gratuiti).

sabato 23 maggio 2009

23 maggio 2009. In ricordo di Giovanni Falcone.

Oggi è il 17° anniversario della strage di Capaci.
Ricordando Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinari, Rocco Di Cillo e Vito Schifani, vi propongo due riflessioni.

Una è della sorella del magistrato ucciso, Maria Falcone.
"Per sconfiggere “Cosa Nostra”, diceva Giovanni Falcone, bisogna
agire seguendo tre direttive:
La prima e sicuramente la più importante, è la repressione.
Tale azione portata avanti dalla magistratura e dalle forze
dell’ordine deve essere costante, forte e supportata soprattutto
da una legislazione adeguata che pur garantendo le libertà
fondamentali dell’individuo permetta ai magistrati di svolgere al
meglio la funzione investigativa.
La seconda fondamentale nel lungo periodo deve essere
l’educazione alla legalità delle nuove generazioni, al fi ne di
contrastare quelli che sono i disvalori della mafi osità. Riuscire a
sconfi ggere l’omertà e l’indifferenza signifi ca anche togliere alla
mafi a la possibilità di affermare il proprio dominio sul territorio.
La terza e sicuramente non meno importante consiste nel
creare uno sviluppo economico non inquinato dalle pressioni
della criminalità che ubbidisca soltanto alle leggi di mercato
.
Appunto per questo, la Fondazione Giovanni e Francesca Falcone
ha voluto fare, quest’anno, una rifl essione più approfondita
sui problemi che spesso un’impresa che agisce nel meridione
d’Italia deve affrontare discutendo principalmente sulle possibili
soluzioni istituzionali e sui comportamenti individuali da
adottare..." (Maria Falcone, Presidente della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone LEGALITÀ, IMPRESA E SVILUPPO).


L'altra è il messaggio di S.E. Mons. Michele Pennisi, vescovo di Piazza Armerina, rivolto agli studenti che sono arrivati al porto di Palermo oggi sabato 23 maggio con la “Nave della Legalità”.
"Ben arrivati e benvenuti in Sicilia, terra da sempre accogliente ed ospitale!
In questa giornata 17 anni fa Giovanni Falcone assieme, a Francesca Morvillo e agli agenti della sua scorta ci lasciava, vittima di un vile attentato mafioso.
Oggi la vostra presenza così numerosa testimonia che a perdere non fu la giustizia ma la mafia.
Falcone come Borsellino e tanti altri ci hanno testimoniato cosa significa vivere per la legalità e la giustizia, compiendo il proprio dovere orientati al bene comune.
La testimonianza di Giovanni Falcone è stata quella dell’uomo di speranza che attraverso il proprio impegno quotidiano ha dimostrato che
è possibile lottare e sconfiggere la mafia , che è un fenomeno umano e non una fato inevitabile.
La «legalità», ossia il rispetto e la pratica delle giuste leggi, costituisce una condizione fondamentale perché vi siano libertà, giustizia e pace tra gli uomini. La promozione della legalità ispirata da alti valori morali, a tutela dei fondamentali diritti di ogni persona, implica il contrastare fenomeni devianti come la mafia e le sue conseguenze negative: il pizzo, l’usura, lo spaccio della droga, i guadagni illeciti.
La lotta alle mafie (intendendo oltre che “cosa nostra” anche la “camorra”, “l’ ndrangheta” , la “sacra corona unita”) passa attraverso un rinnovato impegno educativo che porti ad un cambiamento della mentalità .
Per contrastare questi fenomeni criminali è necessaria una mobilitazione delle coscienze che, insieme ad un’efficace azione istituzionale e ad un ordinato sviluppo economico, può ridurre e sconfiggere il fenomeno criminoso.
Il senso della legalità non è un valore che si improvvisa. Esso esige un lungo e costante processo educativo. La sua affermazione e la sua crescita sono affidati alla collaborazione di tutti, ma in modo particolare alla famiglia e alla scuola e sopratutto a voi, cari giovani!Per rilanciare un impegno positivo per la vita è importante a dare risposte convincenti alle domande fondamentali sul senso della vostra esistenza che vi portate in cuore per costruire una società più giusta e più fraterna aperta alla speranza.
La speranza è certezza della meta, è fede nel futuro. La fiducia in uno scopo positivo della vita è proprio la caratteristica dei giovani. Senza uno scopo si è già vecchi. Ma il futuro si prepara con una grande e convinta adesione alla concretezza del presente.

Paolo Borsellino rivolto ai giovani scrisse “quando voi sarete adulti avrete più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta”.
La comunità cristiana vi vuole essere vicina per infondervi coraggio.
L'attuale sensibilità che la Chiesa mostra per promuovere la legalità si esprime in una serie di iniziative concrete volte a creare un costume e una mentalità alternativi a quella della subcultura in cui alligna la mafia.
Per la maturazione di questa sensibilità è stato soprattutto importante l'intervento di papa Giovanni Paolo II ad Agrigento il 9 maggio 1993: “Dio ha detto: "Non uccidere". Nessun uomo, nessuna associazione umana, nessuna mafia può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio. Questo popolo siciliano è un popolo che ama la vita, che dà la vita. Non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, di una civiltà della morte. Qui ci vuole la. civiltà della vita. Nel nome Cristo, crocifisso e risorto, di Cristo che è Via, verità e Vita, mi rivolgo ai responsabili: convertitevi, un giorno arriverà il giudizio di Dio".
Si tratta di un appello chiaramente evangelico. E' significativo che il Papa si rivolga non al fenomeno, la mafia, ma a gli uomini che producono tale fenomeno e lo faccia in nome di Dio e li invita a convertirsi cioè a cambiare vita e a riparare il male fatto.
La coscienza di una radicale incompatibilità tra mafia e vita cristiana è stato suggellato qui a Palermo dalla splendida testimonianza del martirio di don Pino Puglisi, ucciso solo perché fedele al suo ministero e perché attraverso la sua opera educativa sottraeva manovalanza a “cosa nostra”. La memoria di questo martirio è impegnativa per la Chiesa siciliana tutta.
Urge, oggi, formare una nuova mentalità in grado di creare una reale cultura per la legalità . La vostra presenza ne è un segno evidente.
L'educazione alla legalità va coniugata con l'educazione alla socialità e ad una cittadinanza responsabile, nell'ambito di una educazione globale alla pace.
Iniziamo quindi a vivere e costruire la legalità realizziamo una legalità reale, non fatta di slogan ma di nostre azioni concrete, passiamo dall’idea al fatto.
Non abbiamo bisogno di eroi ma di persone per le quali , come disse Giovanni Paolo II nel 1982 a proposito di San Benedetto, “il quotidiano diventi eroico, e l’eroico diventi quotidiano”.
A volte i giovani possono insegnare agli adulti (come è avvenuto con i giovani di Addio Pizzo qui a Palermo) e possono portare segni di speranza e voi lo dovete dimostrare ogni giorno iniziando dall’ambiente scolastico e nella vita quotidiana.

24 maggio 2009. Prima comunione di Ausilia.


Il 24 maggio Ausilia si accosterà per la prima volta al sacramento dell'Eucarestia.
Nella parrocchia di Sant'Agrippina insieme ai suoi compagnetti di catechismo vivrà la giornta più bella della sua esitenza: incontrerà il suo amico Gesù.
Dopo l'esperienza del sacramento della riconciliazione vissuto qualche giorno fa nel ritiro spirituale, finalmente è arrivato il giorno tanto desiderato.

Un grazie al parroco e ai catechisti (in particolare ad Agrippina e a Giacomo) che con dedizione e amore hanno preparato questi angeli all'incontro con il Signore.
Auguri a tutti i ragazzi (dovrebbero essere 24) e ai loro genitori.

Speriamo che con il nuovo anno possiamo ricomincirae anche con l'ACR avendo la disponibilità di qualche animatore.

43 Giornata delle Comunicazioni sociali:"Nuove tecnologie, nuove relazioni".


In preparazione alla 43^ Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali sul tema “Nuove tecnologie, nuove relazioni.Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia”, si è svolto ieri, venerdì 22 maggio, presso i locali del Seminario Estivo di Caltagirone, un incontro di approfondimento e riflessione sul tema stesso della Giornata. Relatore dell’incontro Nello Scavo, giornalista di Avvenire.

Il messaggio del Santo Padre per la 43a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali oltre che per l’impianto decisamente propositivo, visibile attraverso l’enunciato stesso del tema, si lascia godere anche per l’approccio singolarmente positivo con cui tutto l’argomento delle “nuove tecnologie” viene affrontato dal Papa. Si sarebbe infatti potuto abbastanza facilmente prevedere che un discorso sulle nuove tecnologie di comunicazione potesse anche comportare nuove preoccupazioni sugli usi e i comportamenti perlomeno impropri, se non proprio deviati e devianti, che quasi certamente ne deriveranno. Il Papa ha voluto invece che l’apertura sulle “nuove tecnologie” fosse fatta con l’occhio aperto sulla prospettiva delle forme e dei modi di “nuove relazioni”, più umanamente ricchi e arricchenti, che se ne potranno ricavare.
«Le nuove tecnologie – scrive il Papa – hanno anche aperto la strada al dialogo tra persone di differenti paesi, culture e religioni. La nuova arena digitale, il cosiddetto cyberspace, permette di incontrarsi e di conoscere i valori e le tradizioni degli altri».

Ecco il testo integrale.

Cari fratelli e sorelle,
in prossimità ormai della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, mi è caro rivolgermi a voi per esporvi alcune mie riflessioni sul tema scelto per quest’anno: Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia. In effetti, le nuove tecnologie digitali stanno determinando cambiamenti fondamentali nei modelli di comunicazione e nei rapporti umani. Questi cambiamenti sono particolarmente evidenti tra i giovani che sono cresciuti in stretto contatto con queste nuove tecniche di comunicazione e si sentono quindi a loro agio in un mondo digitale che spesso sembra invece estraneo a quanti di noi, adulti, hanno dovuto imparare a capire ed apprezzare le opportunità che esso offre per la comunicazione. Nel messaggio di quest’anno, il mio pensiero va quindi in modo particolare a chi fa parte della cosiddetta generazione digitale: con loro vorrei condividere alcune idee sullo straordinario potenziale delle nuove tecnologie, se usate per favorire la comprensione e la solidarietà umana. Tali tecnologie sono un vero dono per l’umanità: dobbiamo perciò far sì che i vantaggi che esse offrono siano messi al servizio di tutti gli esseri umani e di tutte le comunità, soprattutto di chi è bisognoso e vulnerabile.

L’accessibilità di cellulari e computer, unita alla portata globale e alla capillarità di internet, ha creato una molteplicità di vie attraverso le quali è possibile inviare, in modo istantaneo, parole ed immagini ai più lontani ed isolati angoli del mondo: è, questa, chiaramente una possibilità impensabile per le precedenti generazioni. I giovani, in particolare, hanno colto l’enorme potenziale dei nuovi media nel favorire la connessione, la comunicazione e la comprensione tra individui e comunità e li utilizzano per comunicare con i propri amici, per incontrarne di nuovi, per creare comunità e reti, per cercare informazioni e notizie, per condividere le proprie idee e opinioni. Molti benefici derivano da questa nuova cultura della comunicazione: le famiglie possono restare in contatto anche se divise da enormi distanze, gli studenti e i ricercatori hanno un accesso più facile e immediato ai documenti, alle fonti e alle scoperte scientifiche e possono, pertanto, lavorare in équipe da luoghi diversi; inoltre la natura interattiva dei nuovi media facilita forme più dinamiche di apprendimento e di comunicazione, che contribuiscono al progresso sociale.

Sebbene sia motivo di meraviglia la velocità con cui le nuove tecnologie si sono evolute in termini di affidabilità e di efficienza, la loro popolarità tra gli utenti non dovrebbe sorprenderci, poiché esse rispondono al desiderio fondamentale delle persone di entrare in rapporto le une con le altre.

Questo desiderio di comunicazione e amicizia è radicato nella nostra stessa natura di esseri umani e non può essere adeguatamente compreso solo come risposta alle innovazioni tecnologiche. Alla luce del messaggio biblico, esso va letto piuttosto come riflesso della nostra partecipazione al comunicativo ed unificante amore di Dio, che vuol fare dell’intera umanità un’unica famiglia. Quando sentiamo il bisogno di avvicinarci ad altre persone, quando vogliamo conoscerle meglio e farci conoscere, stiamo rispondendo alla chiamata di Dio – una chiamata che è impressa nella nostra natura di esseri creati a immagine e somiglianza di Dio, il Dio della comunicazione e della comunione.

Il desiderio di connessione e l’istinto di comunicazione, che sono così scontati nella cultura contemporanea, non sono in verità che manifestazioni moderne della fondamentale e costante propensione degli esseri umani ad andare oltre se stessi per entrare in rapporto con gli altri. In realtà, quando ci apriamo agli altri, noi portiamo a compimento i nostri bisogni più profondi e diventiamo più pienamente umani. Amare è, infatti, ciò per cui siamo stati progettati dal Creatore. Naturalmente, non parlo di passeggere, superficiali relazioni; parlo del vero amore, che costituisce il centro dell’insegnamento morale di Gesù: "Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza" e "Amerai il tuo prossimo come te stesso" (cfr Mc 12,30-31). In questa luce, riflettendo sul significato delle nuove tecnologie, è importante considerare non solo la loro indubbia capacità di favorire il contatto tra le persone, ma anche la qualità dei contenuti che esse sono chiamate a mettere in circolazione. Desidero incoraggiare tutte le persone di buona volontà, attive nel mondo emergente della comunicazione digitale, perché si impegnino nel promuovere una cultura del rispetto, del dialogo, dell’amicizia.

Pertanto, coloro che operano nel settore della produzione e della diffusione di contenuti dei nuovi media non possono non sentirsi impegnati al rispetto della dignità e del valore della persona umana. Se le nuove tecnologie devono servire al bene dei singoli e della società, quanti ne usano devono evitare la condivisione di parole e immagini degradanti per l’essere umano, ed escludere quindi ciò che alimenta l’odio e l’intolleranza, svilisce la bellezza e l’intimità della sessualità umana, sfrutta i deboli e gli indifesi.

Le nuove tecnologie hanno anche aperto la strada al dialogo tra persone di differenti paesi, culture e religioni. La nuova arena digitale, il cosiddetto cyberspace, permette di incontrarsi e di conoscere i valori e le tradizioni degli altri. Simili incontri, tuttavia, per essere fecondi, richiedono forme oneste e corrette di espressione insieme ad un ascolto attento e rispettoso. Il dialogo deve essere radicato in una ricerca sincera e reciproca della verità, per realizzare la promozione dello sviluppo nella comprensione e nella tolleranza. La vita non è un semplice succedersi di fatti e di esperienze: è piuttosto ricerca del vero, del bene e del bello. Proprio per tale fine compiamo le nostre scelte, esercitiamo la nostra libertà e in questo, cioè nella verità, nel bene e nel bello, troviamo felicità e gioia. Occorre non lasciarsi ingannare da quanti cercano semplicemente dei consumatori in un mercato di possibilità indifferenziate, dove la scelta in se stessa diviene il bene, la novità si contrabbanda come bellezza, l’esperienza soggettiva soppianta la verità.

Il concetto di amicizia ha goduto di un rinnovato rilancio nel vocabolario delle reti sociali digitali emerse negli ultimi anni. Tale concetto è una delle più nobili conquiste della cultura umana. Nelle nostre amicizie e attraverso di esse cresciamo e ci sviluppiamo come esseri umani. Proprio per questo la vera amicizia è stata da sempre ritenuta una delle ricchezze più grandi di cui l’essere umano possa disporre. Per questo motivo occorre essere attenti a non banalizzare il concetto e l’esperienza dell’amicizia. Sarebbe triste se il nostro desiderio di sostenere e sviluppare on-line le amicizie si realizzasse a spese della disponibilità per la famiglia, per i vicini e per coloro che si incontrano nella realtà di ogni giorno, sul posto di lavoro, a scuola, nel tempo libero. Quando, infatti, il desiderio di connessione virtuale diventa ossessivo, la conseguenza è che la persona si isola, interrompendo la reale interazione sociale. Ciò finisce per disturbare anche i modelli di riposo, di silenzio e di riflessione necessari per un sano sviluppo umano.

L’amicizia è un grande bene umano, ma sarebbe svuotato del suo valore, se fosse considerato fine a se stesso. Gli amici devono sostenersi e incoraggiarsi l’un l’altro nello sviluppare i loro doni e talenti e nel metterli al servizio della comunità umana. In questo contesto, è gratificante vedere l’emergere di nuove reti digitali che cercano di promuovere la solidarietà umana, la pace e la giustizia, i diritti umani e il rispetto per la vita e il bene della creazione. Queste reti possono facilitare forme di cooperazione tra popoli di diversi contesti geografici e culturali, consentendo loro di approfondire la comune umanità e il senso di corresponsabilità per il bene di tutti. Ci si deve tuttavia preoccupare di far sì che il mondo digitale, in cui tali reti possono essere stabilite, sia un mondo veramente accessibile a tutti. Sarebbe un grave danno per il futuro dell’umanità, se i nuovi strumenti della comunicazione, che permettono di condividere sapere e informazioni in maniera più rapida e efficace, non fossero resi accessibili a coloro che sono già economicamente e socialmente emarginati o se contribuissero solo a incrementare il divario che separa i poveri dalle nuove reti che si stanno sviluppando al servizio dell’informazione e della socializzazione umana.

Vorrei concludere questo messaggio rivolgendomi, in particolare, ai giovani cattolici, per esortarli a portare nel mondo digitale la testimonianza della loro fede. Carissimi, sentitevi impegnati ad introdurre nella cultura di questo nuovo ambiente comunicativo e informativo i valori su cui poggia la vostra vita! Nei primi tempi della Chiesa, gli Apostoli e i loro discepoli hanno portato la Buona Novella di Gesù nel mondo greco romano: come allora l’evangelizzazione, per essere fruttuosa, richiese l’attenta comprensione della cultura e dei costumi di quei popoli pagani nell’intento di toccarne le menti e i cuori, così ora l’annuncio di Cristo nel mondo delle nuove tecnologie suppone una loro approfondita conoscenza per un conseguente adeguato utilizzo. A voi, giovani, che quasi spontaneamente vi trovate in sintonia con questi nuovi mezzi di comunicazione, spetta in particolare il compito della evangelizzazione di questo "continente digitale". Sappiate farvi carico con entusiasmo dell’annuncio del Vangelo ai vostri coetanei! Voi conoscete le loro paure e le loro speranze, i loro entusiasmi e le loro delusioni: il dono più prezioso che ad essi potete fare è di condividere con loro la "buona novella" di un Dio che s’è fatto uomo, ha patito, è morto ed è risorto per salvare l’umanità. Il cuore umano anela ad un mondo in cui regni l’amore, dove i doni siano condivisi, dove si edifichi l’unità, dove la libertà trovi il proprio significato nella verità e dove l’identità di ciascuno sia realizzata in una comunione rispettosa. A queste attese la fede può dare risposta: siatene gli araldi! Il Papa vi è accanto con la sua preghiera e con la sua benedizione.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2009, Festa di San Francesco di Sales.